Archiviazioni mensili: Febbraio 2009

Noi vogliamo cantare, nessun Balla. Vogliamo la luna ma anche laltra. Prendere parte al tutto, aprescindere, salire le scale musicali, scendere a Patti, Correre la Sera. Vogliamo ma anche vogliodio, volgere a manca quando c’è, sacrificare il tempo, ascoltare il vicino da lontano, mettere a soqquadro la mostra, apprendere al muro il chiodo perchè diventi fisso. Sfondare la fronda. Noi vogliamo abolire il Noi, rimettere i puntini sospesi al posto che gli tocca, sorridere di voi stessi, al sole, il lunedì. Vogliamo fare ciao con la manina (il piedino, non visto) dietro il conduttore del tramvai all’andata e del tramvieni al ritorno. Noi vogliamo, se possibile, per cortesia, senza fretta…lasciate un massaggio dopo il bit.

Dentro di me c’è un cuore a due piazze
un sole da un lato e la luna dall’altro
l’attrazione sta in mezzo
una porta sospesa in cielo che non s’apre
se qualcuno dei due non vuole
non s’apre e non s’assapora
il dolce diletto in questo letto
la mia stanza è confusa
così come le idee e la mia mente contusa
bussate e vi sarà dato
oppure barate e vi sarà dado
ma nel destino delle sue facce mi annego
adesso sono un dolce affogato
sono bagnato di rhum e pioggia stellata
e sorrido sorrido in questa cantata.

Prima di salire c’era il buio. Lo ricordo.
L’ho visto, più presentito che visto.
In basso, laggiù, nel fondo.

Ho avuto paura; una volta. Le scalette
Erano ripide, attorno il vuoto, lo conoscevo,
era dentro, tra tempra e tempia,
la mia meta oscura, il fondo, ho avuto paura.

Ho rivisto quel buio, ad Atene, nell’ascensore
che sostituiva le scale, salivo
come aspirata dal vuoto sottostante.

Non era un viaggio, ma n ritorno, mi allontanavo

non so da che cosa, non fuggivo
perché qualcosa tra i glutei e il cervello
vibrava in me come dovessi ascendere
fiorando il fondo, bruciando me stessa.

Temevo l’errore, temevo l’imperfezione
che muta l’estasi agognata in morte.
Ma io volevo penetrare l’impenetrabile,
essere come ero stata nella mia origine,
senza uno spruzzo, scivolando.

Metto il cuore a dimora in un
gesto,
e poi scompare.

Saluta con la mano il mio cuore
basta un gesto,
in quella dimora con un pugno

Raccoglilo piano nel tuo grembo puro
lascialo riposare
sfinito, infinito in questo ardore

S’accantuccia nel letargo
batte piano, batte piano
la sinfonia, tua melodia.

Prendilo piano, prendilo piano.

Si avvicinarono le loro labbra e si fusero in un bacio. Un lungo bacio di giovinezza ed amore e beltà, in cui confluì tutto, come i raggi in un fuoco acceso in cielo. Tali baci appartengono ai primi giorni, dove il cuore e l’anima e i sensi si muovono di comune accordo, il sangue è lava e il polso una vampa. Ogni bacio è un batticuore poiché la potenza del bacio penso debba essere calcolata dalla sua lunghezza. Per la lunghezza intendo la durata.

Il loro proseguì… il cielo sa quanto.

Non c’è dubbio che non lo misurarono, e se lo avessero fatto non avrebbero potuto ottenere la somma delle loro sensazioni in un secondo.

Non avevano parole ma si sentirono attratti come se le loro anime e le labbra si fossero invocate e una volta unite come sciamanti api si avvinsero i loro cuori, essendo i fiori da cui sgorgava il miele.

Erano soli, ma non soli come coloro che chiusi in camera si considerano in solitudine.

L’oceano silenzioso, la baia illuminata dalle stelle, lo splendore del crepuscolo che ogni momento calava, la muta sabbia e le goccianti grotte che si estendevano intorno a loro, li fece stringere l’uno a l’altra, come se non vi fosse vita sotto il cielo eccetto la loro e come se la loro vita fosse immortale.

Non temevano ne occhi ne orecchie su quella spiaggia deserta, perduti l’uno nell’altro, non percepivano terrori notturni, sebbene il loro colloquio fosse fatto di parole spezzate, per essi era un idioma. E tutti gli ardenti linguaggi insegnati dalle passioni trovavano in un sospiro l’interprete migliore dell’oracolo della natura muta.

Il primo amore, tutto ciò che Eva ha lasciato alle sue figlie, dopo la caduta.

il cuore è un cacciatore solitario,
spesso e volentieri intreccerebbe le dita
a fili scoperti, quindi cosa? Si conosce? Quanto bene?
il cuore è una porta girevole che spesso
si blocca su un vicolo cieco.

Le mura dietro la tappezzeria del cuore,  fradice
questo scrittore donna senza patente sa molte cose sulle case
suggerisce i nomi delle stanze
vuole amare i libri e spesso lo fa incondizionatamente
per il resto, a parte a volte il cuore, non si può dire che sappia molto.

L’ultima volta che ti ho vista eri una ragazzina e io
avevo la tua età, come ogni sera. Aspettavo di tinteggiare le pareti
dei tuoi occhi dicendoti -non so- tua madre è morta ieri e
mi manca sempre moltissimo, mi manca da anni,
per quello volevo sempre che tu arrivassi.

Oh, sei molto carina. Fa’ come se fossi a casa tua.
prenditi cura dei gioielli sotto le costole. Sorridi spesso. Non giudicare.
L’unico rimedio a questi nostri cuori è tagliarsi la gola
per perdere questo oggetto inafferrabile
meraviglioso
cuore

Tutto questo accanimento è la prova di come l’uomo sia stato rincoglionito dalla religione e abbia dimenticato completamente la spiritualità. Anzi: l’umanità stessa.


Mio caro Marco,
Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi visitasse a digiuno ed eravamo d’accordo per incontrarci di primo mattino. Ho deposto mantello e tunica; mi sono adagiato sul letto. Ti risparmio particolari che sarebbero altrettanto sgradevoli per te quanto lo sono per me, e la descrizione del corpo d’un uomo che s’inoltra negli anni ed è vicino a morire di un’idropisia del cuore. Diciamo solo che ho tossito, respirato, trattenuto il fiato, secondo le indicazioni di Ermogene, allarmato suo malgrado per la rapidità dei progressi del male, pronto ad attribuirne la colpa al giovane Giolla, che m’ha curato in sua assenza. È difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana; l’occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue.

“Memorie di Adriano”

Niente è importante,  siamo tutti scarafaggi, antilopi che muoiono sulla riva del fiume, niente di quello che facciamo ha un significato che duri. Se sei infelice sull’aereo buttati giù.

E’ questo il problema con le metafore: debbono essere interpretate.

Buttarsi dall’aereo è stupido. Sei su un aereo, tutti siamo su un aereo. La vita è pericolosa e complicata e si cade  sempre dall’alto.

Si preferisce immaginare di poter scappare invece di provarci perché se ti va male non avrai più niente, rinunci alla possibilità di fare qualcosa di vero, così puoi aggrapparti alla speranza.

Ma vedi, la speranza è roba da femminucce.

EPLE – 2006

Happy Up Here – 2009

Ma dovevano proprio copiarsi da soli?