Archiviazioni mensili: Maggio 2009

C’è un onda in diretta TV. Inonda.

Non si capisce mai bene di cosa parli realmente.

Bisognerebbe seguire un’onda che ci conduca via da questo mare di alcool in cui ci affoghiamo la sera, un’onda anomala che ci lavi le viscere e ci riporti la giusta condizione e la cognizione di realtà. Adesso non è più questione di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, adesso la questione è quella di decidere se la bottiglia fosse mezza piena o mezza vuota. Chiamiamolo pure come dell’ottimismo amplificato, oppure, applicato ad un contenitore ancor più grande. Oltre c’è la botte, ma si spera sia solo una botta di vita e non il suo contrario. Anche se è sempre pur vero che è nella botte piccola che c’è il vino buono e la donnina che ne esce ne è sempre ubriaca. Come avere la botte piena e la moglie ubriaca, direi che sia meglio affermare che se la botte è vuota sicuramente tua moglie sarà colei che, piuttosto che ubriaca, ti riempirà lei di botte, con te brillo. E non sei la solita stella. Ecco che arrivano tutti gli alcolisti al pettine, anzi al petting con l’amante. Alta degradazione, alcolica naturalmente.

Eccomi alla corte della disperazione, ma chi dispera ferisce e ai piedi di questo altare preferisco ergermi a spada della vendetta e colpire a freddo nel cuore il volto della disperazione. E’ qualcosa di chirurgico, operare la disperazione, estirpare le sue inutili viscere di colpa, estrarne la grande estraniazione che s’impossessa del mio animo sopito sotto la sua incartata ombra del dolore. E non andrò mai via di qui se resterò così concentrato, come campi, su quel mio me stesso che mi perseguita ovunque, il mio vero ed unico carnefice, il mio stesso ricorrente incubo della notte, ed io seppur succube di me stesso perisco, perché è così lieve e fragilmente candido scivolare lungo la propria scala ai piani più inferiori  dei valori scontatissimi. Saremo come salmoni che risalgono il fiume, in eterno, o forse un giorno ci fermeremo finalmente ad osservare il sole e il cielo senza più nessuna dannata paura ancestrale.

Navighiamo tra le nuvole, noi con le nostre teste di piombo
siamo pesanti, a volte troppo pensanti
con i nostri sogni troppo d’oro
talmente ricchi che potremmo rivenderli a cacciatori di perle
oggi non ho la lucidità di una volta
ho sempre la testa per aria e gli occhi puntati giù
qualcuno pensa sia uno scoppiato
perché qualcosa mina alla mia volontà
qualcosa ha attentato alla mia vita
è che in realtà a volte mi sento un fuoco artificiale
piuttosto che un vago fuoco fatuo.
Mi accendo e poi mi spengo.

Svagato. Eccomi variegato a grandi linee verticali, sono parallelo alla tua pelle, un giocattolo di argilla che s’intaglia sulle tue curve. Incurvato. Sbandare a destra e sinistra, perdendo la testa e quando sono più concentrato i miei occhi guardano dritti i tuoi orizzonti, perché nei tuoi c’è il mio sole errante. Stella del sud. Sudo. Con questo caldo sudo assieme a te, sono belli i rivoli di sudore sui tuoi seni, lungo le colline della tua schiena. Adesso schiuma. Bagnamoci in quella fresca fontana, io il tuo zampillo d’acqua, tu il mio intero mare, la mia foce. La mia voce preferita. Sussurami piano, soffio all’orecchio, ondeggiami, coprimi, scivolami, rendimi placido. Oscillami. Come rami al vento fresco della sera, o sulla scia dell’amaca, persi dietro la bava della lumaca come granellini di polvere di pelle quaggiù. Stella del sud. Riequilibrami, bilanciami, stendimi a terra con una carezza. Dammi la forza tu che sei il forziere, io ti aprirò le porte io che sono la tua chiave. Raccoglimi quando sarà l’attimo, prendimi quando è l’istante giusto, non esitare. Estinguimi quando divampo all’interno di te. Scioglimi come le trecce, i ghiacci, i nodi al pettine, sventrami deliziosamente.  Stella, stella. Preg’ami in ginocchio davanti al membro mio.

Vorrei poter non invecchiare mai,
essere bello come un dio, coltivare
il giardino delle fate, piantare rose
per far spuntare cuori, fare l’amore
su una distesa infinita di erba verdissima
vicino al mio castellino di carte, mia dimora
contro uragani e terremoti, moltiplicare
gli euro e dividere le tasse, far accoppiare
le tasse coi tassi, darmi da bere solo acqua
e non farmela dare mai a bere da nessuno,
rendere felici i padri e le madri, uccidere
i cattivi pensieri di ognuno, promuovere
al rango di regina la mia amata,
promuovermi al rango di stalliere
per la mia regina in modo da essere
il suo selvaggio compagno, diventare poi re,
non ricevere mai picche, dare tante pacche
sulle spalle e ottenere un miliardo di abbracci,
tonnellate di carezze tra i popoli di ogni razza e colore.

Non ti scrivo più da ere ed ere, da quando eravamo poco più che bambini rotolanti su colline inverdite e ci buttavamo giù fino alla riva del fiume sul fango sporco guardandoci e ridendo e poi darci quel bacino innocente, velocissimo sulla bocca tornando nuovamente a correre lungo il cielo grigio e di bronzo che si stagliava sempre sopra i nostri ciuffi colorati appesi in testa o portati via dal vento all’indietro. Ci siamo sempre incontrati come bambini, ci piace amarci come si amano loro, perché se c’è qualcosa che più di simile si avvicina a Dio e alla sua libertà da ogni legame sono due bambini che corrono nei prati tenendosi per mano sorridendo insieme.