Chi di speranza vive disperato muore. La vita non ha tempo per essere sperata, tanto meno per essere sparata da qualcuno magari per abbreviarla ai minimi termini, o ai minimi terminali di attrezzature mediche. La speranza non è altro che la falsa credenza che ci si crea quando la nostra vita inizia ad apparirci insopportabile, non sopportando questa vita iniziamo a disperare per un’altra che ci sia dopo la nostra morte e non facciamo nulla per migliorare quella presente. E’ questo il desiderio di chi vive sperando: l’attesa disperata che dopo la morte ci possa essere una vita riparatrice e migliore, una scusa per non vivere la propria vita del presente e lasciarsi andare ad una lenta e marcescente degradazione della propria persona, attraversando l’ozio ascetico della preghiera fino a giungere alla morte.
Dopo la morte non c’è nessuna vita migliore. Speriamo che. Speriamo. Dice la gente senza sapere a cosa spera. E’ ad una nuova vita che si spera e a null’altro. Ad una vita che dopo la morte ci gratifichi di più di questa. E’ per questo che alcune persone sono disperate. Non riuscendo a capacitarsi del fatto che la loro vita è quella che stanno vivendo e capendo che di altre migliori non ne possono avere iniziano a sperare. Quando il loro dolore, procurato da loro stessi nel circolo della speranza, diventa ancora più acuto essi divengono disperati, ed il passo dalla disperazione alla morte è brevissimo.
Non vivete mai sperando di nulla. Rischiereste la disperazione e poi una morte invereconda. La speranza è come un anello che ci stringe su se stesso fino a sgretolarci. Davvero esistono le catene che ci tengono in prigione e come fantasmi nelle nostre notti vorremmo davvero liberarcene. Al mattino però continuiamo a tenercele, perché così sembra che sia giusto per coloro a cui ci siamo dati come schiavi. Perché è così che vi vogliono far credere.
La speranza non è altro che un’altra forma di fede. Fa vivere l’inferno in questa vita perché si crede che ci sia un paradiso dopo.
Archivio per agosto, 2010
La speranza seduttrice
Pubblicato: 31 agosto 2010 in UncategorizedEtichette: disperazione, libertà, morte, speranza, vita
Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vogliamo vivere potremmo essere suddivisi in quattro categorie. La prima categoria desidera lo sguardo di un numero infinito di occhi: in altri termini, desidera lo sguardo di un pubblico.
La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti. Si tratta degli instancabili organizzatori di cocktail e di cene. Essi sono più felici delle persone della prima categoria le quali, quando perdono il pubblico, hanno la sensazione che nella sala della loro vita si siano spente le luci. Succede, una volta o l’altra, quasi a tutti. Le persone della seconda categoria, invece, quegli sguardi riescono a procurarseli sempre.
C’è poi la terza categoria, la categoria di quelli che hanno bisogno di essere davanti agli occhi della persona amata. La loro condizione è pericolosa quanto quella degli appartenenti alla prima categoria. Una volta o l’altra gli occhi della persona amata si chiuderanno e nella sala ci sarà il buio.
E c’è infine una quarta categoria, la più rara, quella di coloro che vivono sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Sono i sognatori.
La ballata sul dirupo
Pubblicato: 29 agosto 2010 in canzoniEtichette: amore, ballata, canzone, famiglia, morte
Non voglio cadere in amore perché non voglio sentirmi precipitato, vorrei essere di tutto una parte, partecipato
Non voglio cadere in amore è come una molla che mi rimbalza altrove
tu che osi definirti felice in coppia e poi tutto scoppia, casa, dolce, casa, famiglia figli bambini lavoro torna resta
un coltello piantato nella schiena, una vasca piena di sangue, mura devastate da proiettili
fuori fori e dentro buchi
che cosa possiamo farci di questa storia?
non vedi che tutto è campato per aria, come castelli diroccati, o aerei dirottati,
false piste da seguire, magari un fiume di cocaina
con il nostro segugio che sa e ci ritrova ad ogni angolo
dove ho dimenticato di pulire
sangue lì, sangue del mio sangue
ma dove ti sta trascinando via tutta questa lucida follia
e allora urli voglio andare via
ma non sai che la colpa è del sistema
ma non sai che la colpa è del sistema
ma ti sistemo io, ti sistemo io. Te lo dissi anche quando c’incontrammo, adesso ci sistemiamo, io e te.
Lo abbiamo fatto, direttamente sistemati
adesso viviamo come terremotati e non arrivano mai i soccorsi
chiama l’ambulanza per la vita, non quella per la morte
chiamate la polizia, oddio mia zia, è sistemata pure lei
un sisma del settimo grado della scala macelli
adesso uno squarcio del cielo e uno sul mio volto e tutto andrà via
sì sì, ci siamo proprio sistemati
la lapide lungo quello sterminato fazzoletto di terra
mi vien da piangere, il fazzoletto
lacrime cadono, scivolano si poggiano.
Sistematicamente come quando la pioggia piove.
Sono caduto in amore, inciampato, caduto e morto. Arrivano i soccorsi, gli orsi, i matti, le camicie
rivestitemi
Sono caduto come la pioggia, piovo un po’ anch’io ovunque
perdo (acqua)
chiudete la falla (fall in love) non fatemi scorrere nel mare.
Lorena come un fiume
Pubblicato: 28 agosto 2010 in canzoniEtichette: bocca, canzone, fiume, lorena, mani, poesia
Lorena correva con la testa dritta e le mani tese in basso,
io dissi a lei di darmi una mano
Lorena mi dette una mano da tenere per mano
Un passo, due, quattro, camminavamo insieme sulla strada
Con le mani in mano, piuttosto che mano nella mano,
Volevo percorrerle i fianchi con le braccia mie
Lorena che correva più veloce
Su una strada così deturpata, lei così precoce
Avrei voluto metterle un orecchio sulla pancia
Ascoltare che più sopra era viva
E Lorena correva e inciampava, Lorena andava e non tornava
La tenevo per mano, ma il braccio mi strappava
La pelle si spezzava mentre Lorena si buttava via
Rimase sull’erba a lungo da poterla osservare
Entrare nei suoi occhi chiusi per scoprire i sogni suoi
Di quand’era ancora viva e camminavamo mano nella mano
Lorena era andata via, mi era sfuggita di mano
Cercavo i desideri suoi che aveva sparso su quell’erba
C’era di tutto su quel prato che brillava
La sua bocca semi aperta, le labbra ancora così calde
Lorena era andata via
E mai più sarebbe tornata mia.
Con un po’ di fiato corto le dissi addio.
La sua bocca era ancora calda e rossa.
Lorena era trascorsa come un fiume,
lungo il mondo la sua vita.
La grande illusione
Pubblicato: 21 agosto 2010 in lettera o testamentoEtichette: amore, cadere, ebbrezza, vertigine
L’amore significa rinunciare alla forza. Ma rinunciando alla forza si rinuncia al predominio dell’erotismo.
L’amore è cessare di resistere e abbandonarsi. Lasciarsi prendere e indagare.
Cessata la forza e la resistenza ne saremo preda ovunque.
Cadremo così malati a letto, con una strana forma di influenza.
L’amore è anche estrema debolezza. Una vertigine verso il basso ventre.
D’amore si cade.
Quando l’occhio non vede il cuore non vuole, a mano armata si rischia di colpire con un pugno di proiettili. Con uno schiaffo alla dignità. Cinque frecce sul bersaglio delle gote tue, il centro è la bocca. Rimbocchiamoci le maniche dove nascondiamo l’asso. Non cerchiamo di fare passi falsi facciamone di veri per superare l’apparenza di vetro che calpestiamo ogni giorno e non diciamo che l’erba del vicino è sempre la più verde, potrebbero essi coltivare l’odio ed avere un retrobottega di scheletri nell’armadio. Non consumiamoci col fuoco ma giochiamo col fioco, candido e leggero inesistente peso della semplicità. Non è calmo colui che è forte se irrompe con la sua fortezza all’interno di vite altrui a sparpagliare disagio tra le stanze delle menti non ben arredate ma piuttosto disordinate. Non cascate sulla buccia di banana, non inciampate nel ciarpame, non cascate col casco di banane, non cadete mai nel banale. Cambiate canale o meglio spegnete la terrevisione, l’orribile spettacolo dei disastri e delle guerre. Non affondate la spada nella terra, non siate guerra fondai, esplorate i fondali delle profondità vostre e altrui, ma altrui meno. Non c’è peggior cieco di chi lo è già pur avendo gli occhi aperti. Spartitevi le fedi ma meglio che non ne abbiate, siate infedeli, oppure se davvero vogliate seguire le orme di Dio crescete a dismisura che Egli molto probabilmente ha un piede assai enorme. Fate finta di avere fede o meglio fatela finita di avere fede e abbracciatevi alla ragione anch’essa bella e puttana ma almeno con una sua presenza ragionevole. Non esitate. non fate finta di esistere. Stancatevi fino a divenire esausti. Non createvi destini infausti, non obliteratevi con gli anelli della vita che vi stringono al muro. Deliberatevi. La sentenza è Chiesa.
La ballata dei notturni
Pubblicato: 12 agosto 2010 in UncategorizedEtichette: accecati, ardenti, ballata, dolci, estate, introversi, musica, notturni, sinfonia, solitudine, timidi
Noi nel buio della notte vediamo più di voi nel sole accecante del giorno
noi che camminiamo con il pensiero lungo le onde del mare delle idee
laddove affondiamo e riemergiamo come divinità nuotatrici
noi che sprofondiamo nelle nostre più torride profondità
per poi risalire a vedere la luce come secchi ripresi da un pozzo
nella nostra pelle bagnata si riflette la luce delle stelle
e sul nostro petto si segna il cerchio della luna come il fuoco
a tutti noi che dormiamo tutto il dì cercando le risposte
a domande che neanche potreste immaginare
noi siamo come ascensori impazziti che scendiamo e risaliamo senza correnti
senza correnti di pensiero da seguire
una stirpe dissacrata e massacrata, una stirpe non troppo sacra
noi che nella notte facciamo ballare le idee in una danza intorno alle tenebre
noi che non siamo orgogliosi della solitudine ma è l’unica su cui possiamo contare.
Ecco, da oggi in poi chiamateci notturni. E noi arriveremo alle vostre case.
La notte sta morendo ed il giorno, si suppone, stia nascendo.
Siamo i notturni nel sole splendente d’estate.
XVIX. Fine semiseria dei notturni in un cielo stellato d’agosto
Pubblicato: 11 agosto 2010 in RaccontiEtichette: agosto, amore, cecità, deliri d'agosto, febbre, notturni, umorismo, vedere
I notturni si svegliarono di nuovo a mezzogiorno. Il muso questa volta se l’erano sfracellato di nuovo cadendo da un grosso dirupo con la propria auto e invece di fare i musoni ottennero per bontà divina il mascellone hollywoodiano. Tutte le notturne s’innamorarono dei notturni. Tutte cadevano ai loro piedi e i notturni non perdevano tempo a tirare dei bei calci grossi alle notturne in ginocchio da loro direttamente anch’essi sui loro musi. E così anche le notturne iniziarono ad avere un bel muso da cavalle. I notturni e le notturne iniziarono a tendersi la mano e a camminare insieme per le strade accarezzandosi le braccia reciprocamente e seppur con qualche difficoltà ricominciarono a vedere la luce nella sua vera essenza. Portavano gli occhialoni neri i notturni. Avevano la pelle chiara e pallida così come lo erano state le loro idee impolverate fino a qualche tempo prima, non avevano la più pallida idea e non avevano più delle idee chiare. S’erano ingrigite e scurite nella notte. C’era stato bisogno di uno scontro fenomenale per farli tornare a veder le stelle.
Una botta in testa. Sì, fu proprio una botta in testa verso mezzogiorno. Si allearono tutte le madri del sabato sera per dare quella botta in testa a tutti i notturni che tornavano con la febbre di quella sera prima. Le madri erano giallognole, il giallo dell’età adulta, prima che arrivi il rosso che lasci passare a miglior vita.
E boom. Una botta ed un’esplosione colossale si avvertì ovunque. I notturni riaprirono gli occhi, ricominciarono a vedere, le idee si fecero chiare, e chi non aveva la più pallida idea la spedì in spiaggia ad abbronzare.
Fu così che finì l’era dei notturni. Ricominciarono ad amarsi, anche se con qualche lite, ricominciarono a camminare su sentieri lastricati di sabbie dorate. E qualche macchia di sangue.
Apparvi in terra. Appena apparvi in terra sentii il mio muso allungarsi a dismisura. Avevo il musone schiacciato sul pavimento appena nacqui. Già ero insoddisfatto del mondo appena toccai terra. Ero caduto dalle nuvole, non per altro, ma doveva per forza di cose essere stato così. Come toccai terra, avrei voluto diventare come Re Mida e iniziare a toccare, toccare, toccare tutto. Ma non per trasformare gli oggetti in oro ma bensì le persone in qualcosa da avvertire dentro. Toccare. E’ il nostro primo contatto con il mondo. Il problema è che nessuno tocca più gli altri. Si tengono lontani, a debita distanza, e con tale debita distanza rimane sempre un conto da pagare nella vicinanza poi magari ottenuta. Se la distanza è debita vuol dire che è dovuta a qualcosa. Manteniamo le distanze, reggiamole, non facciamole cadere, non tocchiamoci, non sfioramoci, non dobbiamo neanche sforbiciarci per tagliare questo dannato debito. Le persone si sono allontanate tra loro, la distanza di sicurezza è aumentata ma è diminuita la sicurezza stessa, non ci si da più carezze, si spediscono link. Link, link, link. Come fossero lingotti d’oro. Non v’è più certezza. Appena apparvi in terra, caduto dalle nuvole, volevo subito tornare su a costruirmi i mie bravi castelli in aria. Non avrei voluto sapere, conoscere, vedere. Ed è così che molta gente vive, felice nella sua cecità. Accecati dalla luce. Non avrei mai dovuto aprire gli occhi da piccolo. Open your mind. E quando si aprono contemporaneamente mente ed occhi entra un gran brusio del mondo che come polvere ci da all’inizio un estremo fastidio, c’impolveriamo piano dentro per un certo periodo, per alcuni tempi diventiamo come una stanza disadorna e abbandonata con le finestre aperte e la polvere che entra dal mondo sui nostri cuscinetti d’aria. Quando decidiamo di fare le pulizie ricomincia la salita. Non volevo apparire in terra. Risalire le scale per il paradiso è un compito assai arduo, difficile, forse impossibile. Ma basta un attimo in realtà. Così come appariamo, nel frattempo che sembriamo, poi successivamente scompariamo. Morendo disimpariamo tutto. L’oblio e l’oppio. Poi chissà, forse ridiveniamo.
Così continuarono a vivere i notturni.
l’illusione è che tu semplicemente
stia leggendo questa poesia.
la realtà è che questa è
più di una
poesia.
questo è il coltello di un accattone.
è un tulipano.
è un soldato che marcia
attraverso Madrid.
questo sei tu sul tuo
letto di morte.
questo è Li Po che ride
sottoterra.
no, non è una dannata
poesia.è un cavallo che dorme.
una farfalla dentro
il tuo cervello.
questo è il circo
del diavolo.
e non la stai leggendo
su una pagina.
è la pagina che legge
te.
la senti?
è come un cobra.
è un’aquila affamata
che sorvola la stanza.questa non è una poesia.
la poesia è barbosa,
ti fa venire
sonno.queste parole ti incitano
a una nuova
follia.ti ha toccato la grazia,
sei stato spinto
dentro una
abbacinante regione di
luce.adesso l’elefante
sogna insieme
a te.
la volta dello spazio
curva e ride.adesso puoi morire.
tu puoi morire adesso come
si doveva morire da uomini:
grande,
vittorioso,
con l’orecchio alla musica,
essendo tu la musica,
che romba,
romba,
romba.
Charles Bukowski


