Archivio per luglio, 2012

Quelle stelle c…

Pubblicato: 29 luglio 2012 in Uncategorized

Quelle stelle che nel Nord, nelle notti chiare, sono lacrime ghiacciate tra miliardi di altre, la via lattea di gennaio come caramelle d’argento, veli di gelo nell’immobilità, che lampeggiano, pulsando al ritmo lento del tempo e del sangue dell’universo.


A volte odo delle cose. Poi più niente.

Avevo un nome. Era Jimmy. La gente mi chiamava Jimmy. Era il mio nome.

A volte odo delle cose. Poi più niente.

Quando tutto è silenzio, sento il mio cuore.

Quando quei terribili rumori giungono, io non sento niente. Non sento, non respiro, sono cieco.

Poi tutto tace. Sento il battito di un cuore. Magari non è il mio cuore. Magari è il cuore di qualcun altro. Cosa sono io?

A volte sbatte una porta, sento delle voci, poi più niente.

Tutto si ferma. Si ferma tutto.

Tutto si chiude. Si chiude completamente.

Si chiude. Si chiude tutto. Si chiude completamente.

Non vedo più niente, mai più niente. Siedo e succhio il buio.

È quello che ho. Ho il buio in bocca e lo succhio. È tutto quello che ho.

È mio. Mi appartiene. Lo succhio.

H. Pinter


Di: 

Ancora una volta magnifico, emozionante e molto reale. Questo trio di sensazioni, viene  fuori da una serata, quella di ieri, all’insegna dell’arte scenica riprodotta attraverso l’originale riadattamento dell’opera di H. Pinter “Old Times” in cui  il dialogo tra Anna (interpretata da Paola Ciuffetti), Kate ( interpretata da Adriana Di Iulio) e Deelei ( interpretato da Nicola D’Adamo) viene interrotto ed amplificato da tre monologhi di tre personaggi ( interpretati da Maria Lucia Cappella, Eleonora di Nolfo e Andrea Trofino) essenzialmente lontani per costume e realtà, ma molto vicini al messaggio che le tre facce descritte da Pinter vogliono dire.

La scena, già del tutto pronta all’arrivo in casa degli spettatori, è pronta a dar il via alla sequenza drammaturgica che, per natura, già incorpora manifestazioni di semplice quotidianità. Sono proprio Anna, Kate e Deelei a rubare l’attenzione dello spettatore che viene catapultato nel mondo che Pinter ci vuole descrivere e che, attraverso il dialogo e l’umorismo, rende forse chiara l’intenzione dell’autore. Poi, quando all’atmosfera narrativa, si aggiunge un tocco originale dato dall’interruzione e dall’arrivo di un personaggio diverso ( quello tratto da “Pazzo d’amore” di S.Shepard) che amplifica, attraverso un’ottima interpretazione di Maria Lucia Cappella, l’essenzialità del momento scenico, lo spettatore facilmente può ancora meglio dedurre il senso della scena. La narrazione poi riprende senza avviso, facendoci subito tornare al momento precedente, ma esponendo adesso ricordi, nostalgie e doppi sensi che rendono chiara la situazione presente di tre personaggi che mutano, per poi tornare al principio; che amano ricordare, ma guardano il presente con amarezza; che scrutano tra le inconsce volontà che all’interno di una società di stampo borghese, è difficile e quasi impossibile comunicare. In tutto questo elenco di ricordi dei “vecchi tempi”, come il titolo dell’opera già suggerisce, entra in scena un altro personaggio ( tratto da “Terrore e Miseria del terzo reich” di B.Brecht e interpretato da Eleonora Di Nolfo) che fa da cornice e da flusso di concetto, a ciò che nella vicenda dei tre attori sta già prendendo forma. C’è poi ancora spazio per azioni e dialoghi che sembrano voler trascinare mille simboli e mille analogie con ciò che nel quotidiano potrebbe passare in secondo piano, ma che in Pinter acquista un ruolo primario. È il caso dello stacco tra lo “ieri” e ”oggi”, tra l’amore o l’attrazione tra un uomo ed una donna, e l’amicizia (o forse anche qualcosa di più) tra due donne, quindi la follia del passato e la stabilità del presente. Non poteva meglio farci capire questo anche e soprattutto il personaggio che s’imbatte all’improvviso in scena (tratto da Luther di J. Osborne e interpretato da Andrea Trofino) e che in un monologo  unisce alla voglia di cambiamento, quella di comunicare anche a chi principalmente non ha i mezzi giusti per farlo. Lutero si rivolge a coloro che non sanno il latino e non potrebbero capirlo, e che bisogna parlare a tutti, quindi in un modo accessibile a tutti. Nell’ultima parte della vicenda dei tre volti Anna, Kate e Deelei, sono i silenzi, i movimenti e ciò che lasciano trapelare, a governare il finale della scena che termina con una luce che si spegne ed il buio accompagna gli applausi del pubblico presente.

È stato l’ottimo lavoro degli attori, ma soprattutto della direzione artistica ( Maria Cristina Minerva e Marco Ercolano) ad emozionare ed incantare le fortunate persone presenti. Saranno impegnati per una settimana sia gli attori che la direzione artistica, i quali porteranno in scena questa performance fino al 21 di luglio. Ancora una volta il teatro domestico dimostra la sua forza ed il suo valore, e la domanda sembra volerci far riflettere sul come il teatro fatto di poche cose materiali, ma di gigantesche formule comunicative e di significato, possa entusiasmare e soprattutto far pensare, cosa abbastanza rara  di questi tempi.

Gap Associazione presenta “to Play” ed il teatro domestico vince ancora – Vasto 24.


Sdraiato sulla spiaggia col cuore al cardiopalma, una noce di cocco in petto, un drink ai frutti caraibici in mano da sorseggiare lentamente per mantenere il battito cardiaco al di fuori della norma convenzionale di chi riposa sugli allori. Io su questa amaca vado lento con questo vento a destra e sinistra come una lumaca, mi rallento i pensieri fugaci (fugaci che fuggono via) cercando di soffermarmi al fotogramma lucido di pianto del volto di un angelo che incontrai qualche sera prima, con cui un’affinità elettiva, un’affinità di coppia ci unì subito come il sole al tramonto si unisce col mare.
In questa vacanza da pecore ammaestrate, da mucche stravaccate sui prati, mi godevo i porci comodi cercando di riflettere sui mocassini da indossare il giorno che l’avrei incontrata di nuovo. Mocassini con o senza calze? E la testa? La testa sempre per aria con i capelli scamosciati al vento oppure con i piedi per terra per dare una parvenza di perseveranza ai beni terreni piuttosto che offrire un’accondiscendenza spirituale verso il cielo? Insomma, mi chiedevo se ci avrebbe unito più il cuore in gola o il portafogli nelle tasche, il conto in banca o le ali della libertà, quelle della Statua della Libertà e magari un viaggio a New York. L’unica Statua poi che non è mai stata veramente libera, sempre inchiodata sullo stesso punto, incapace di muoversi, intendere e volare verso altri lidi o a seconda dell’umore verso altre liti come quelle che accadono spesso tra gli innamorati che vagano come mine pronte per esplodere e scoppiare. L’unica vera statua al mondo rimasta single e zitella. Sì, la Libertà è ancora zitella, nessuno ancora l’ha sposata, vogliamo restare forse tutti schiavi? Diamo un bacio alla Libertà. Sorvoliamo le nostre prigionie. Ma oggi sono indeciso sull’offrire o sul soffrire, forse sono necessarie entrambe le cose quando si desidera un corpo, un’anima e perché no, anche il suo cervello. Ma senza possedere e soprattutto senza essere posseduti, siamo in due su binari paralleli che s’incontrano all’infinito. In questo gioco della vita, la partita continua senza preamboli, nessuna fortuna con la sorte, nessun ambo e quaterna, e in ambo i casi continuo a respirare profondamente e a succhiare via la vita dal drink ai frutti caraibici come se fosse l’ultimo succo del discorso da fare. Mi lascio cullare dal sogno senza destarmi e detestarmi, saprò rialzarmi al momento giusto col cuore in pace e l’animo in guerra poiché al contrario della Svizzera, in me c’è l’intera armata Americana che la vuole sparare grossa per colpirla e sono sicuro che la batterò, a colpi di ciglia che sbattono come farfalle innamorate.


In una manciata di secondi. Cosa resta di una mancia? Cosa ci resta di un po’ di resto o di un po’ di riposo, dopo una lunga ristorazione in un letto di ristorante con un magone in gola mentre insieme viaggiamo altrove per nuovi incontri. Dunque in questo vagone, si percepiva un vago sentire; il treno sui binari che mi portava al mare. Cosa resta poi del giorno, quando si spende il tempo? Cosa resta del sole, quando si spegne la luce? Cosa resta di te quando vai via, cosa resta in me? Le tue ombre, il tuo profilo che delinea sul mio volto scuro, i miei occhi dentro i tuoi che dichiarano sconfitta come in una battaglia navale, ecco che ci affogano dentro. Hai vinto. E mi sono sentito bistrattato. Trattato due volte alla stessa maniera, nella stessa modalità di pochi spiccioli lanciati sul vassoio di un cameriere. 40 euro e uno scontrino. Ma quale scontrino. Il nostro è stato proprio un grande incontro anche se durato poco. E ancora per poco potrò farti vedere le stelle se riuscirò a tirarti riflessi di luna sulla tua testolina bionda da dove scenderanno alieni i tuoi capelli di fata. Sto divagando? Sto cercando solo di nuotare per raggiungere il suolo del tuo pianeta, adesso che sei ancora distante dovrò pur trovare un modo per attraccare e riuscire a fare colpo, un colpo alla banca dove custodisci il cuore. Ho detto cuore? Là dove custodisci i tuoi tesori, lì nel letto quando ti spogli delle tue spoglie, quando ti sfogli, ti togli le ragnatele e le foglie d’autunno e brilli come la sabbia sotto il sole d’estate. Sembri irraggiungibile come una chiamata al tuo cellulare. “Ti amo” al cellulare, ma il cellulare è irraggiungibile. Non chiamarla amicizia, sono incontri del destino. Forse è un illusione che non possa avere una storia con te ed anche una geografia della tua pelle, una matematica delle emozioni e una biologia dei tuoi baci. Ripassiamoci insieme, diamoci questa possibilità di promuoverci al primo anno di affinità di coppia elettiva. Al primo anno in cui forse potremmo vivere insieme, morendo di scopate e morendo disperati.
Ascoltami. No, non farlo. Resta un attimo ancora irraggiungibile e quando ci saremo di nuovo incontrati resta per sempre qui con me a riposare. Tutto il resto del mondo per me sarà una mancia perché tu sarai il mio tesoro. Sono riuscito a rubarti un bacio? Ti ruberò intera.