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Noi vogliamo cantare, nessun Balla. Vogliamo la luna ma anche laltra. Prendere parte al tutto, aprescindere, salire le scale musicali, scendere a Patti, Correre la Sera. Vogliamo ma anche vogliodio, volgere a manca quando c’è, sacrificare il tempo, ascoltare il vicino da lontano, mettere a soqquadro la mostra, apprendere al muro il chiodo perchè diventi fisso. Sfondare la fronda. Noi vogliamo abolire il Noi, rimettere i puntini sospesi al posto che gli tocca, sorridere di voi stessi, al sole, il lunedì. Vogliamo fare ciao con la manina (il piedino, non visto) dietro il conduttore del tramvai all’andata e del tramvieni al ritorno. Noi vogliamo, se possibile, per cortesia, senza fretta…lasciate un massaggio dopo il bit.

Se ci vogliamo, voliamo

Cercando l’inganno nel cassetto dubbio

L’asta si saluta e ti fa fare un salto

Di pala in galera (al fresco)

In fresca ma non rinfresca

Se ne infischia l’arbitro che non fa il monaco

Amaramente amare

Corroborare

Scommetto e corro a barare

Tombale, fare un terno alla lapide,

Tombola

Capita l’antifona, capitombola

Entrare nell’antro della Gioia Illuminami

Ma di mani umiliami

Schiaffeggiami

Forgiami e formaggino

Omaggino alla Gloria

Implora e castiga

Inter – Flora due a uno

il Trino dei desideri

Deridimi desiderandomi

Calpestarsi di colpo Appestarsi

Di fretta, fuggire, affettarsi un ritaglio di orologio

Ora

Et labora.

Là, oltre l’almeno, tra campi di mucchi, nella valle del sé, in quella delle lacrime, lardi, nel monte della risata, nella cascata di applausi, lì, nel regno dei gesti praticamente agli antipodi, malaticci, patici, psichici, dove come molte accennato, a cena si mangiano giù i rospi per sputare fuori i principi, nella valle dei Re, soprattutto Mida che d’oro mi tocca, un tocco d’oro, un cocco di mamma, dove si usa il credibile per fare ciò che non si crede, incredibile ma vero, come proprio prendere uno salto in bocca, nella lingua levatrice di punte di saliva e di scesa, lù, dove non ballano i lupi ma cantano le pecore e chi dorme le conta, altrove da noi e ogni altra cosa, qui dunque, dove ci sognamo l’insonnia che ci fa restare a occhi chiusi, come se oggi non fosse sera, e infatti mica è giornata. Qua, come quando risorgono i morti per fare zizzanie in un giardino di cavol fiori, che zucca, che al caldo la mia camera ardente non mi lascia morire abbastanza nelle notti del selciato, o falciato dalla morte. Eppoi al di là di ogni cornetta, il cellulare, figlio di un telefono monozigote, un po’ mignon, un po’ mignott, stando come i casalinghi erotici alle porte delle masse, ma soprattutto delle massaie. Unitemi in gioia senza far di tutta una merenda un pacco a colazione. Sì, va là!

Non sapere se, non sapere quando, non sapere per cui, non sa non dice, tace, acconsente. Si nasconde. Fa, consuma, con matra, Sumatra, Gomorra, Sodoma, le tre arpie, i quattro ladroni, le sette vipere, le ottave nane, cacciatori di affari, pro e contro, procacciatori, contro campo, neutro calciatori, svelate, veline, barconi, fuori come balconi, a lampioni spenti nella notte, dado ma non tratto, liscio ma contundente, come dire carie e vedere dentiera, come sbandierare ai quattro venti, cioè ottanta, se santa mi da tanto mi faccio monaco, se monco non scambio la mano, se scambio la mano non ingrano marcia, poi la solita, quella morta.

Sono ancora vivo e forse non vegeto ma vagito, praticamente bambino, neonato, primavera, estate. Oserei dire pupo, ma pupo bene.