Archivi Categorie: Diario di viaggio

Dove mi sono messo? E’ qualche tempo che non riesco più a ritrovarmi. Dove sono finito, oppure sono finito? E’ tutta finita? Forse qualcuno mi avrà visto dentro qualche cassetto. Mi sono perso. Gioco a nascondino adombrando la mia coscienza vitale nel mondo. Dietro il muro, sì, prova a cercare dietro il muro. Ci sto attaccato al muro, appiccicato con le spalle, sono una mosca. A volte mi volatilizzo, a volte volo, a volte mi volto e basta, per darmi la mia schiena. Schiena che vorrei piena di baci, perché sono quelli che dono alle ragazze che non contraccambiano mai. Sono dietro di te, mi sono perso e quindi t’inseguo, cerco di riprendermi, di ritrovarmi addentrandomi in te. Ma è proprio lì che più mi perdo. Dove hai messo la testa? Per chi l’hai persa. Ne sei proprio convinto? Di certo, quello che so adesso, è che sono stato vinto, senza lottare, abbattuto senza combattere, steso senza elevarmi.
Adesso l’hanno chiamato. Hanno chiamato l’ascensore. Elevator.

Perso di vista ti ritrovai nelle borse delle tue occhiaie.

Ti butterò via come fango dalla finestra, hai infangato la mia anima con gli stracci delle tue parole.

Chiudi quella sporca bocca, quella dannata fogna.

Sono ratti che corrono via dalla tua gola.

Dov’è il miele che era sulle tue labbra, sui tuoi campi profumati, sui cieli inarcati delle tue ciglia?

Quel mare pulito della tua fronte liscia da navigare con la mia mano?

Dicevano che non bisogna contare i giorni che passano, che non bisogna sapere in che giorno stiamo vivendo, che le stagioni non contano, che i mesi non hanno importanza. E invece credo che bisogna saper riconoscere ogni ora della propria vita e darle un nome e un significato preciso. Ogni attimo che sia importante o meno, diventa qualcosa che ci tocca nel profondo se gli diamo un nome. Un nostro significato simbolico.

La distanza sarà la mia eterna condanna. Da me non posso fuggire, ma in te potevo rinchiudermi. Perché tu sei stata davvero il mio manicomio. Noi siamo pazzi quando ci amiamo. Completamente fuori come le stelle.

Un estate depressa con l’alta pressione che mi preme da lassù nel cielo, il sole costante che mi preme sulla fronte arrossata. Le strade che bruciano assetate di una pioggia che non arriva mai mentre le ombre si stagliano e intagliano lungo le linee dei campi, strane creature costruite dai rami degli alberi le ombre.

Mi adombro sotto i platani, mi ricopro, mi distendo e mi addormento. Le mie idee vagano come mine inesplose in questa estate depressa. Ma c’è alta pressione dicono là dentro ascoltando la TV. Sta toccando a me, sta toccando me.

Il tuo leggero ricordo, il tuo pensiero mi sfiora senza colpirmi, mi lascia una cicatrice.
Dicono che le cicatrici siano gli autografi fatti da Dio sulla nostra pelle, ci segnano come codici a barre, ci segnano l’anima e poi passeremo alla cassa quando moriremo. Sarai per me terra e pace. Dopo questa lunga lunga estate.

Già finita.

Mi sono precipitato dalla rampa delle scale dimenticando di aprire il paracadute, mi sono schiantato al tappeto nel primo round di una giornata dove la pioggia cadeva anche più forte di me qui fuori, io là dentro mi cimentavo con l’intonaco e me ne confondevo cementandomene assieme. Pietrificato, come un sasso dinanzi alla paura di un fantasma dagli occhi vitrei, vedo scivolare un rivolo di sangue con un doppio delta lungo la dorsale che scende giù dal gomito, una curva o anche un’altura ubriaca, come ad alzarlo troppo, un fiumiciattolo rosso che scorre via come un cerbiatto(lo).

Mi piace pensare che le cicatrici siano segni lasciateci da Dio sulla pelle, segni di questa vita che percorriamo e se prendiamo le scale non è perché l’ascensore non funziona, ma perché per scalare le vette della vita a noi comuni mortali non bastano mica le vallette e tra l’altro ci si rompe sempre l’ascensore, o come lo chiamava un mio amico che amava bruciare ogni tappa nel suo costante salire, l’accensore. Un piromane metropolitano qualunque.

Navighiamo tra le nuvole, noi con le nostre teste di piombo
siamo pesanti, a volte troppo pensanti
con i nostri sogni troppo d’oro
talmente ricchi che potremmo rivenderli a cacciatori di perle
oggi non ho la lucidità di una volta
ho sempre la testa per aria e gli occhi puntati giù
qualcuno pensa sia uno scoppiato
perché qualcosa mina alla mia volontà
qualcosa ha attentato alla mia vita
è che in realtà a volte mi sento un fuoco artificiale
piuttosto che un vago fuoco fatuo.
Mi accendo e poi mi spengo.

Non ti scrivo più da ere ed ere, da quando eravamo poco più che bambini rotolanti su colline inverdite e ci buttavamo giù fino alla riva del fiume sul fango sporco guardandoci e ridendo e poi darci quel bacino innocente, velocissimo sulla bocca tornando nuovamente a correre lungo il cielo grigio e di bronzo che si stagliava sempre sopra i nostri ciuffi colorati appesi in testa o portati via dal vento all’indietro. Ci siamo sempre incontrati come bambini, ci piace amarci come si amano loro, perché se c’è qualcosa che più di simile si avvicina a Dio e alla sua libertà da ogni legame sono due bambini che corrono nei prati tenendosi per mano sorridendo insieme.

Siccome mia cara siamo lontani, ti mando questi distanti saluti, e siccome d’un attimo è stato il nostro amore ti mando baci d’istanti, fotogrammi delle mie labbra, grammi di bocca e saliva. Tutto d’istinto feroce e selvaggio come un cuore dolce e rapinato (rubato da te), ladra, puttana e cavalla di Troia, ma anche sirena che urli a squarciare le nebbie sul mare. Distinti saluti così come d’istinti viviamo nel bene e nel male, d’istinti e d’istanti. Siamo due attimi in mezzo al mare, le gocce lasciamole ai pesci. Noi affoghiamo lo stesso senza respiro, io il tuo tossico tu la mia puttana, ci rimangono le ceneri. Siamo inceneriti, come le fiammelle delle candele. Spiriamo bene.

Perché, perché questo cadere nel fango dei cimiteri dai grigi mattoni, la notte buia e costellata di corvi con la luna accesa come un lampione e un soffio di vento che smuove la polvere dai sepolcri?

Torna alla luce dopo un viaggio nel buio, torna qui e ora accarezzato dalle onde che si rincorrono nell’aria, gli sberleffi che girano, gli spifferi che parlano di te o che peggio ti ammazzano più del freddo sono scomparsi. Seduto di fronte ad un’atmosfera cristallina con la paura di fracassare il tutto con un dito e di sentire vetri frantumati, idee svanite, pensieri sfumati. Il pericolo di spifferare tutto al diavolo, infischiandosene del rischio di divampare altre fiamme in quell’inferno di pettegolezzi. Vanamente cerca, trangugiando tazze di caffé di percepire un piccolo lampo di genio che si aprisse al varco di una scoperta zip che creasse scandalo. Una mano sulla patta dei pantaloni per controllare che l’eredità genetica fosse ancora intatta (per chi poi) un’occhio buttato fuori dalla finestra (poi chiederò al mio cane di riportarmelo) e l’altro verso un foglio vuoto. Decisamente strabico iniziò la giornata da quel punto dove aveva smesso. Ma dove era andato via, giorni prima?

Si affaccia ad un nuovo giorno e cerca di non cadere, dopo esser venuto alla luce trascorsa una notte molto buia. Rinato come cavallo, incrinato nitrisce, inclinato alla luce obliqua che si getta su un campo di grano, monta, smonta e si mette in moto senza la possibiltà più di uscirne. Smodato non segue la moda perché non è spia di stilisti, perlopiù si fa inseguire da ciò che detta legge e poi lo mette per iscritto ad un partito qualunque. Queste le regole del giogo, un giogo a cui mi piace partecipare per soffrirne molto, sono i frustini della realtà che ci disegna così. Godiamone tutti venendo alla luce dopo una lunga notte buia.