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Ad Halloween non avrò bisogno di travestirmi perché già so di essere uno zuccone e quando verrò da te, cenere delle mie stesse carni, mia Cenerentola dei miei musei di cera, arriverò a piedi e ti farò salire all’interno del mio cervello per trasportati nel mio reame, esattamente nel mio sciame di pensieri. Ricordati bene però che dopo la mezzanotte dovrai toglierti dai miei pensieri e dalle mie idee, ricordati di non rimanere un chiodo fisso ché già i miei polsi hai fatto sanguinare in passato mettendomi al muro come un Cristo in croce. E certo che abbiamo paura dei nostri fantasmi del passato, non sono altro che i ricordi lontani. Adesso sono il tuo zuccone, tu la mia inutile cenere. Ti ho fumata bene, mi hai dato alla testa. Ricordati di uscire senza far dolore. Un dannato testardo, bendato per te ai piedi del letto e tu con le manettine dell’amore. Non ci resta mai da fare altro che avvinghiarci, cingerci, cospargerci tra le lenzuola. Ceneri.
Vuoi venire a cena con me?

Il risveglio è una di quelle cose più misteriose, ci lascia sempre così ad occhi aperti, con uno sguardo corrucciato sulla fronte, ci chiediamo sempre dove siamo, cosa sono le cose che abbiamo attorno e da quale sogno siamo tornati.

E’ tutto reale ciò che mi circonda, oppure è il proseguio del sogno che stavo facendo?
Un incubo.

Mi alzo e lentamente mi avvicino alla finestra dalla quale si diramano raggi di luce a colpirmi la fronte nuda come il resto del corpo, vengo abbagliato e mi giro un attimo. Lei è ancora lì che dorme beata, come una piccola sirena, una principessa morta dalla pelle bianchissima, i capelli che le nascondono parte della schiena.

Parto. Partorire dopo aver fatto l’amore, oppure partire. Sono queste le due decisioni da prendere dopo essere stati con una donna. Partire o partorire.
Partorire un’idea di percorre un percorso di vita insieme.
Partire e lasciarla via lì, buttata come uno straccio dopo averla usata. Ma non si usano le persone vero? Abbiamo fatto entrambi ciò che più di egoistico ci interessava e cioè raggiungere il nostro proprio orgasmo. Abbiamo adempiuto al nostro compito su questa Terra, eiaculazione e probabile ovulazione.

Ho dovuto fare entrambe le cose. Partire e partorire. Non potevo restare ma neanche lasciarla senza un progetto  (ammesso che quel mio primo getto…).

Così andai via partorendo, osservando  quell’isola misteriosa delle sirene a perdifiato attraverso l’oblò di uno dei primi aerei di quella storia.

Ed ognuno di noi ha una grande storia da raccontare. Ognuno  di noi ne ha una da dimenticare.

Dove mi sono messo? E’ qualche tempo che non riesco più a ritrovarmi. Dove sono finito, oppure sono finito? E’ tutta finita? Forse qualcuno mi avrà visto dentro qualche cassetto. Mi sono perso. Gioco a nascondino adombrando la mia coscienza vitale nel mondo. Dietro il muro, sì, prova a cercare dietro il muro. Ci sto attaccato al muro, appiccicato con le spalle, sono una mosca. A volte mi volatilizzo, a volte volo, a volte mi volto e basta, per darmi la mia schiena. Schiena che vorrei piena di baci, perché sono quelli che dono alle ragazze che non contraccambiano mai. Sono dietro di te, mi sono perso e quindi t’inseguo, cerco di riprendermi, di ritrovarmi addentrandomi in te. Ma è proprio lì che più mi perdo. Dove hai messo la testa? Per chi l’hai persa. Ne sei proprio convinto? Di certo, quello che so adesso, è che sono stato vinto, senza lottare, abbattuto senza combattere, steso senza elevarmi.
Adesso l’hanno chiamato. Hanno chiamato l’ascensore. Elevator.

Perso di vista ti ritrovai nelle borse delle tue occhiaie.

Nei tuoi occhi dal finestrino, il riflesso rivolto dentro di te,
su un tram giallo della strada logora di ricordi,
il silenzio stagnante e i rumori che circondano
viaggiammo insieme lungo la spiaggia di gente
affollati come noi i nostri pensieri
sedute le nostre idee come i nostri corpi
a non curarci più di noi
ma dei nostri mali che non sono noi
andammo lì
sull’onda d’urto alla corte del mare
sul trono di una stella di sabbia che cadeva
lasciandosi dietro
uno scivolo e un cavallo a dondolo
perchè noi siamo eterni bambini.

Ma mai, mano nella mano.

Ti avrei voluta davvero mandare al diavolo e quindi farti venire da me, ma nel tuo sfuggirmi, povera anima, hai dimenticato i coperchi e non hai fatto le pentole, neanche sei capace di stare in cucina, a far bollire i calderoni e a spegnere gli ardenti spiriti, non fai altro che accendermi e farmi venire un diavolo per capello, nonostante io ti possegga e tu sia la mia posseduta c’è qualcosa che ci esorcizza, forse quella benedetta acqua santa che spruzzano su di noi ogni tanto da lassù nell’alto dei cieli e i nostri fuochi pericolosi si spengono ogni tanto e si ritraggono nel mare, nonostante quest’estate dai campi bruciati, mia cara anima maledetta , non riusciamo mai a venirci incontro e scontrarci le corna per incatenarci in una lussuriosa stanza dei peccati. Non lasciamoci prendere dall’ira di dio, facciamoci prendere da tutte le passioni contaminate di peccato, passeggiamo insieme per la dritta via che è smarrita, andiamo ad infuocarci sotto i raggi del sole, sulle spiagge affollate di anime dannate, di altri poveri diavoli come noi, affoghiamo negli abissi del mare simili al mio regno, cantami come incanta l’urlo malefico delle sirene sulle isole sperdute, stordiscimi le orecchie con le tue lagne, amore d’un diavolo mio, sei la mia eterna sofferenza, mi strazi con i tuoi piagnistei e i tuoi lamenti, quest’inferno non ti piace proprio, eppure è questa la nostra vita che abbiamo scelto insieme, e adesso, adesso mi hai messo anche le corna, io, il tuo povero diavolo, adesso sai che questa è la reale delle più reali realtà, questo mondo è un inferno, non ci resta che tenerci compagnia in eterno, con i nostri danni, i nostri dannati anni a seguire. E pensavi che tutto fosse stato un paradiso quel giorno che ci crocifissero insieme e ci buttarono dal cielo. Ebbene, sì, noi due angeli caduti, come Eva e Adamo, adesso dobbiamo continuare a preservare questo frutto amaro che decidemmo di cogliere, e oltre quello, dannata anima mia, dobbiamo anche far conti con le banane e le loro bucce dove spesso scivoliamo, non ci resta che scendere a patti… con me, col diavolo.

Io sono il tuo povero Diavolo e adesso che ti ho posseduto ti potrò bramare per sempre mia, mi hai dato la tua anima e adesso regni nel mio inferno, il tuo cuore posso stringere nelle mie mani e anche se per una notte di fuoco mi mettesti le corna, ci sono solo io adesso dentro di te, sei posseduta ed io ti posseggo, nessuno potrà esorcizzare questo amore, sei il mio angelo caduto che s’inginocchia al suo padrone, tu mia schiava e devota che hai tradito l’altissimo per scendere da me, qui nel mio basso, t’inginocchi al mio ventre e alla mia completa volontà. Io sono il tuo povero Diavolo e mi hai venduto la tua anima peccatrice, adesso viviamo il nostro inferno e scontiamo le pene in questo fuoco ardente che ci divora.
Adesso sei mia, sei solo completamente mia, hai perso per sempre il paradiso celeste per aver accettato il mio odio e il mio amore, perché io t’amo e t’odio, sono la tua bestia preferita e proprio a letto io divento la tua belva favorita. Io adesso ti posseggo, hai preferito farti possedere piuttosto che amare, adesso la tua anima è solo mia. Sei il mio amore infernale, non puoi più fuggire via dal mio caotico reame. Anima mia, io il tuo Satana, il tuo assatanato.

Avrei voluto scriverti una lettera d’addio, anzi meglio, una lettera da Dio, perché tu, mia piccola creatura, sei stata docile e franca ma hai superato ogni limite, ed io dunque devo multarti, mi hai detto troppi “no”, “non posso”, “non è possibile”. Inutile io a dirti da Dio, che tutto è possibile, tu mia piccola creatura hai continuato con le tue diavolerie a ripetermi che sei impossibile, io come un padre non eterno devo abbandonarti, abbondonarti alla deriva dei flussi del vento, perché non hai creduto alle mie parole e mi hai tradito con le tue bugie. Non sei mai stata onnipresente, io ho sempre cercato di farlo, figlia mia, bambina, io sono stato come un padre per te, tu mi hai ripudiato continuando a dire che le cose sono impossibili. Te lo dissi al principio, tutto, ma proprio tutto è possibile, avremmo potuto dominare i nostri pascoli e i nostri fiori, i nostri girasole, le nostre rose, la dimora divelta dai tempi. Tu non hai avuto fede in me. Ed è per questo che io devo abbandonarti, lasciarti alla tua sofferenza, ti manderò al diavolo, sì, devo spedirti proprio all’inferno amore mio. Il tuo piccolo Dio minore.

Bucato il brulichio delle onde sull’erba fumante lungo la gitana circonvallazione a monte, rilasciai cadere affondo, in fondo in fondo, rime diramate di pensieri spesi per versi abbarbicati su alberi di barbacane, affollati di idee arrese e prese per scontate negli anni di prigionia mentale nei salti tra stagione e l’altra.

Rilasciati i profughi spiriti nel profumo incensato del cielo làddove si scala per alcove di donnine chioccia, zingarelle di prima estate ad attendere maschi infatuati provenienti il gran vocabolario Zingarelli, tentati erano come tetani e veleni che velocissimi s’involavano alla bocca d’oro, un po’ alla meno peggio, né più né meno.

Neanche fosse che il grigio bastione d’oriente s’innebbiasse di sabbia e ciotoli, grandi soli e immense comitive.

Tutt’al più che un quando venne a crogiolarsi sugli allora dei tempi andati, morti, una pausa allo stop dell’incrocio tra geni di diverse razzie d’immaginifici altroché.

Altro che scritture burbere, carnefici furono coloro che barbari tagliarono la testa al moro siccome di color diverso dal loro.