Il becchino è proprio un cascamorto. Gira in città con la faccia da pesce lesso, sempre un po’ stanco, sempre un po’ mezzo morto. Il fine settimana è la sua gloria, si risveglia al mattino con la luce negli occhi, quella che si vede in fondo al tunnel prima di morire. Quando è su di giri non vede stelle o uccellini che gli svolazzano intorno ma vede croci e lapidi che gli girano in tondo davanti agli occhi, croci che poi si trasformano in banconote verdi che brillano. Il becchino sa benissimo come ammazzare il tempo e cerca di farlo in continuazione in modo che poi possa fargli anche il funerale. La notte per lui è magica. E’ in quel momento che si trasforma. Un vero e proprio cascamorto, ogni donna diventa una preda e nessuna di esse ha paura della sua mano morta, nessuna, perché sanno che se la mano è morta è vivo il portafogli e il conto in banca. Non ci sono tempi morti sulla sua auto costata fior fiori di crisantemi gialli, il tempo si ferma, i semafori non si accendono più col rosso. Eccolo, si sfrega le mani e non lo fa per accendere un fuoco fatuo, o magari a volte ne vien fuori uno. Si sfrega le mani e si sfrega anche la mano morta su una banconota da cento. Sì, non c’è nessun dubbio, il becchino è un vero cascamorto.
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Il becchino, parte seconda
Pubblicato: 15 luglio 2011 in ex-perimentEtichette: becchino, cascamorto, croci e lapidi, donne, mani, sfregarsi le mani
Il becchino
Pubblicato: 24 giugno 2011 in Diario di viaggio, ex-perimentEtichette: auto, becchino, fregarsi le mani, funerale, paese, prostitute, storie
Il becchino se ne frega le mani. Quando al mattino spunta il sole sulla sua faccia e di nero si ricopre la piazza il becchino si frega le mani. Il sorriso gli si apre sulla bocca così come gli si apre il portafogli. Il suo sguardo è luminoso. Ruba l’anima e prende via i soldi. Sa che quella sera e quella notte sarà tutta per sé. Padrone del mondo, dentro la sua macchina cabriolet all’ultimo grido. All’ultimo urlo. All’ultimo pianto di morte. Lui si frega le mani e dopo il funerale parte con la cabriolet, ogni strada è sua, ogni angolo, ogni tana,ogni trama della vita altrui. Mentre in paese la madre accende il cero con una brutta cera in volto davanti alla lapide al becchino le guance diventano paonazze di piacere. Per tutta la notte le donne saranno sue, ai suoi piedi, ad ogni suo volere. Prostitute ed escort. Ogni volta che le campane del paese suonano a morto il becchino si frega le mani.
Il mormorio interno di Travis
Pubblicato: 29 gennaio 2011 in ex-periment, lettera o testamento, psicologia, Racconti, teatroEtichette: amare, amaro, amore, atto, bastardi, Berlusconi, governo, luridi, prova, puttane, recitazione, Robert De Niro, Ruby Rubacuori, scopare, scopate, sesso, Taxi driver, teatro, Travis Bickle
Buongiorno Travis. Pensi ancora a lei? Davvero non fai altro. Vedi ti affacci alla finestra oggi.Vaffanculo, ci sono altre finestre fuori e dietro ogni altra finestra una donna che scopa con un uomo o che meglio si fa scopare. Che puttane, sono tutte puttane. Luridi, stronzi figli di puttana anche loro, i maschi che le scopano. Soprattutto loro sono dei pezzi di merda che le trattano come schiave e loro, le donne che io amo o forse penso di amare che si fanno usare come pezze per pulire il pavimento. Scopate. Bastardi, li ammazzerei tutti. Vero Travis che ammazzeresti tutti se solo possedessi anche una pistola automatica, oppure un fucile di precisione? Mi guardo allo specchio, dico beh, non sono male, ma non mi riconosco. Penso e catturo quella parola, come ispirazione, la racchiudo in una nuvola e la porto via e mi chiedo se il tipo allo specchio ce l’abbia con me, se davvero si voglia avvicinare e farmi male. No, no, il governo, i santi, i preti, dovrebbero finire tutti nella fossa è questo che pensi Travis? Ognuno pensa ai suoi loschi affari egoisti e nessuno mai davvero fa qualcosa per qualcun altro, forse tu, cioè io, noi due caro Travis, forse noi lo facciamo davvero per l’altra persona? Chissà se quella donna mi pensa ancora. Io so che ti ha amato e forse anche solo per un attimo e quell’attimo ti è bastato. La mano si muove vicino ai pantaloni. Scivola come a prendere una pistola che non c’è. Push, push push. Davanti allo specchio. Li ammazzeresti tutti, o forse, ammazzeresti te, siamo tutti sulla stessa barca vero Travis?
Si addormenta nel suo letto, con un libro spiegazzato tra le mani, la parola “AMORE” scritta vicino ad una macchia di rossetto su una pagina del libro.
Era quella la parola?
Il primo giorno dell’anno
Pubblicato: 1 gennaio 2011 in ex-periment, poesiaEtichette: 2011, amore, baci, cuore, fare breccia, immondizia, muraglia, pioggia, poesia, primo giorno dell'anno, rubati, sole, sono ancora vivo
Un anno senza braci e senza abbracci, un anno senza fuochi e senza ustionati, la mia pelle è ancora intatta e tesa,
come se dalle mani rivolte verso l’altro esprimessi calore tenue che si alza in alto
fuochi fatui si disperdono lungo il cielo tra l’altro e l’alto
non mi perdo vago oltre senza rompere alcuna breccia nel cuore altrui
innalzo la muraglia di un nuovo anno dove mi arrampico per saltare
perché è comunque altrove che devo stare
un giorno ti raggiungerò ovunque ti saprò riscoprire
per farti una sorpresa saremo ciò che siamo stati da bambini
di nuovo nudi a leccarci la pelle come animali feriti
da una freccia che ha fatto breccia altrove dal cuore
qualcosa che ci ha feriti quasi a morte
oltrepassa questa carne va al di là, in qualche punto dell’ignoto
vaga come un treno, vaga come un vagone di merci contraffatte
sono tutti i baci rubati dell’anno, illegali e sperduti
che finiranno gran parte nell’immondizia
Saprò io cogliere il tuo incontrandolo con le mie mani che aspettano la pioggia?
Riconoscersi
Pubblicato: 30 dicembre 2010 in Diario di viaggio, ex-periment, inondazioni, lettera o testamento, pensareRiconoscermi. La mia vibrazione allo specchio, la mia immagine che come un’onda di un fotogramma televisivo disturbato si riflette sulla superficie. E’ una contaminazione. Stiamo vibrando come sottili foglie su alberi di luci, siamo l’elettro-staticità che condensa il mondo in questo istante e nello stesso istante che lo contaminiamo.
Siamo il flusso che si mescola assieme al veleno e al miele che defluisce nei canali fino a traboccare nei mari dove la scossa portante del cielo ci folgora illuminandoci di un vapore fumoso che non è né carne né arrosto.
Così ci riconosciamo umani e non pesci, esseri che hanno sempre desiderato volare ma che stanno comprendendo che si può solo rimanere con i piedi per terra, ben saldati dalla corrente di cui siamo pervasi e che le chimere visioni di superiorità sulla natura non erano altro che voli di una inutile fantasia. Rimaniamo qui fermi ed immobili, nulla possiamo contro la morte, nulla possiamo contro la forza devastante e mutante della natura. Essa ci plasma e ci rivolta a sua immagine come e quando crede.
Non siamo i padroni dell’Universo. Forse, ne siamo le piccole vittime, come cuccioli di coccodrillo lasciati affogare in una fogna dopo essere stati creati e abbandonati dal proprio lontano Dio.
A rigor di logica (voli pindarici)
Pubblicato: 7 novembre 2010 in calembour, ex-periment, RaccontiEtichette: calembour, Berlusconi, crisi, orgasmo, felicità, sgrammaticato, grammatica puttana, bergonzoni, giarrettiera, cotillons, Sarah Scazzi sti cazzi, minchia, fica e cazzo, punto g, mestruazioni, come scaricare i torrent, yahoo answer, Muse, Interpol, Zucchero, accademia della crusca, foraggio, come eliminare gli acari, secessione, lega nord, umberto bossi, gelmini, santoro
E’ già rettiera. In questo modo ha esclamato la prostituta il mattino seguente, dopo che il suo cliente le aveva chiesto: “Voglia di lavorare?” a cui lei rispose: “Saltami addosso!”.
Sono così che alcune notti vanno via per far restare dei giorni che non vanno mai in viaggio, non prendono mai ferie e che alla loro luce sulla sabbia vicino al mare e andando oltre verso gli abissi osserviamo taluni nell’impresa di trafugare montagne di dubbi accatastati uno sull’altro nelle profondità marine mentre vengono vagliati da sommozzatori di idee e cacciatori di brodo primordiale, laddove nacque (e soprattutto annacquò) la prima idea della storia, dove la gallina vecchia, anzi vecchissima venne per la prima volta cotta a puntino. Veniamo dunque da un mare salato come una minestra per poi risalire le colline e andare in montagna ed è questa la vera evoluzione dell’uomo, ci siamo evoluti spostandoci dagli ombrelloni verso gli impianti sciistici e ogni tanto ricompiamo lo stesso tragitto per sentirci di nuovo primitivi. Mai nessuno che voglia salire più in alto e volare, o saltare attraverso gli strali del cielo per giungere ad alternative conclusioni di carattere meteorologico. Al sol pensiero, mi viene in mente che alcune persone sole potrebbero vivere alla luce delle proprie idee, al sol pensiero.
Adesso tira vento e alcuni si tirano indietro, si fanno da parte, si mettono altrove, s’impiccano sui velieri, s’impicciano degli affari degli altri, c’è chi si siede agiato e chi si agita prima di agiarsi di nuovo in panchina, ci sono milioni di persone che vengono stimate in questo paese e altre che non si stimano affatto e soprattutto ci sono migliaia di persone che si sentono sismologicamente dissestate e procedendo verso altri territori troviamo persone dissetate, e qui di nuovo persone sovra-tassate, altrove persone assiderate e altrove altrove persone assetate di acqua, a volte di sangue, in altre volte e in altri archi quel che porta il convento (e non ditemi bambini).
Siamo appesi ad una fune e come funamboli cerchiamo di districarci dai fili tediosi del tempo che ci lega ma non ci porta a nord, insomma è una gran bella ragnatela quella che ci avvolge e semmai provassimo a svolgerla come il nastro delle vecchie cassette magari sentiremmo una melodiosa sinfonia di seta pervaderci la pelle come solo altra pelle sa fare senza strafare. Direi che sia quasi giunta l’ora, di ritorno da una lunghissima vacanza, in cui sia meglio darsi per vivi e non per vinti e ricominciare le proprie lotte intestine, le quali, come sempre, meglio non svolgere in bagno.
Clan Destino e Pan Demonio
Pubblicato: 25 settembre 2010 in Diario di viaggio, ex-periment, lettera o testamento, RaccontiEtichette: clan, clandestino, consapevolezza, coscienza, destino, fato, fuochi fatui, futuro, incoscienza, minuti, pandemonio, passato, presente, secondi
Mangeremo il pan demonio, festeggeremo con la torta paradiso, schioccheremo le ore arrugginite nella nostra bocca d’oro e berremo ogni istante inebriante per ubriacarci delle sabbie del tempo, raccoglieremo le lacrime dei salici piangenti in grossi calici di vetro ridenti, e rideremo di ciò che ci turbava dei nostri ricordi.
Porremo bombe ad orologeria sul cammino del nostro passato e faremo saltare in aria i ponti che ci tengono ancorati all’attimo, saremo senza radici e ingoieremo le foglie dell’oblio così per divenire completamente dimentichi di quando fummo nati, di quel giorno che alla nascita ci sentimmo fulminati dall’alito tempestoso della vita e così non saremo più desti nati ad un futuro imperfetto e sregolatore. Non conoscendo la nostra nascita non potremo conoscere neanche la nostra morte e non essendo più destinati, nessuno sarà costretto a dover scegliere lungo il tragitto il luogo e il punto d’intersezione con i nostri antenati, coloro che furon nati e poi destinati. Non avremo più la coscienza di noi stessi sul mondo e riusciremo a librare a tre centimetri da terra.
Sorvoleremo i dettagli e i monti innevati del dubbio, ci renderemo immortali attraverso questo nostro clan destino, immortali, irregolari, vivremo in un tempo senza più nessun minuto da perdere e tutti da guadagnare.
III.
Pubblicato: 27 giugno 2010 in Diario di viaggio, ex-periment, Racconti, romanzoEtichette: amore, books, castelli, lei, novel, ormeggiati, paretenza, romanzo, scrittura, suggestioni
Così sono ripartito durante la notte, mentre la nave sull’acqua scintillava nera, alla deriva stessa così come la luna al cielo e mi dondolava sullo stesso fiume statico di odori e profumi che mi lasciò la donna che incontrai dopo il volo, il salto e il decollo.
Frasi brevi della sua bocca restavano sulla mia stessa, tenui come le luci fosche riflesse del mare verso l’ondeggiare lento dello scafo. Oltre quell’oblò non vidi presto più la costa che abbandonai.
Ad ogni persona morta sulla riva, sulla flebile corsia delle esistenze, l’anima si svuota del suo linguaggio per impararne un altro pur di sopravvivere, al di sopra di ogni precarietà, oltre quello sguardo che ricordo attraversarmi attraverso, mentre con la mano stringevo un pugno di sale che scivolava via come polvere di stelle frantumate a terra.
Porta disgrazia ed è funesto. Disse lei. Ma forse era proprio per un idea opposta e contraria per cui pensavo che viceversa mi sarei perduto tra le grazie celesti da cui avrei ricevuto un abbraccio, come un involucro ovattato dove rifugiarmi dal trambusto rumoroso del soffio di vento che portava via la nave più lontano, sempre più lontano dal luogo dello schianto.
I topi che nella stiva mordevano frammenti di una pelle morta. Polvere e cenere. Come noi vi torneremo un giorno e come ne perdiamo tanta nella nostra vita.
Venivano via con me, i piccoli brandelli rimasti di quell’avventura, verso la fine delineata dal cielo e dal mare dove un tempo si pensava finisse il mondo, dove cade il sole la sera come se lì vi fosse un dirupo vertiginoso verso un inferno o forse un paradiso.
Lei continuava restò a continuare a buttarsi via, oltre lo stesso confine dello spirito. Si lasciava andare e spezzare come una lama che dovesse a tutti i costi intarsiare una roccia ma le restavano solo cicatrici sulle carni che si trasmettevano inesorabili allo spirito.
L’ultimo scoglio rifletteva labile la tenue luce del faro, poi non restò null’altro che la sola immensa distesa che mi condusse per sempre via.
Non sono più in grado di parlarti di me. La confusione e la debolezza che mi prende nel mio letto al mattino mentre provo a riflettermi in un libro dove i caratteri sembrano sciogliersi come inchiostro che cola ai miei occhi stanchi, inchiostro nero che cola come il trucco degli occhi di una donna mentre piange, sì, forse mentre leggo sono io che piango e lettere, parole e omissioni diventano fanghiglia e il personaggio piano piano scompare. Scompare man mano che mi alzo dal letto e mi appresto a mettermi sotto la doccia rigorosamente bollente. L’acqua che scolpisce ogni giorno il mio corpo, che lo leviga e lo modella, ogni giorno. Ho pensato che forse tra cent’anni se non morissi, scolpito dall’acqua sarei potuto divenire un capolavoro della natura, un adone, qualcosa da venerare. Ma chissà, l’arte della natura è strana, potrei ritrovarmi nelle sembianze di un mostro e se purtuttavia affascinante, un mostro. Eppure ogni volta che mi trovo sotto quel getto penso che l’acqua mi stia scolpendo, a immagine di me stesso. A volte penso che vorrei essere scolpito nella roccia e mi ricollego allora a coloro che lanciano le pietre, ai buoni o ai cattivi non ha importanza. No, non andrebbe bene, potrei restare pietrificato. Suppongo che queste parole derivino dal nome Pietro e viceversa. Potrei essere la spada nella roccia, non mi piacerebbe. Ho bisogno di movimento, di caos, di una sostanziale scossa dell’anima e di vibrazione del corpo per sentirmi vivo. Non c’è nulla più del sesso che può farci sentire vivi. Perché noi siamo carne e abbiamo dunque il bisogno di banchettare tra noi. Oppure andare oltre, di traghettarci attraverso un fiume che ci conduca verso l’alto, risalire una cascata verso e oltre l’arcobaleno che vi s’intravede sopra, quando non riusciamo a comunicare con l’altro da noi, abbiamo questa nostra opportunità di fuggire, di slanciarci con ogni mezzo oltre. Altri da noi e oltre da noi. Mi piacerebbe andare altrimenti oltre. A posteriori ma ancora di più n un futuro di cui non ci sarà mai l’esistenza, vivere nel sogno, nell’effetto dell’oppio che possiamo cogliere all’interno della nostra stessa immaginazione, un’immaginazione fertile, un’immaginazione che semina fiori di papavero rossi e noi ne raccogliamo i piccoli frutti. E’ così che a volte sfumiamo alla vita. Come una nebbia che piano piano di dirada senza lasciare più nessuna traccia. E’ così che a volte fumiamo la vita, forse ne fumiamo troppa. Eppure è sempre così che vanno le cose, scorriamo sempre sullo stesso fiume e non possiamo cambiare corsia. Il peggio è quando piove.
I.
Pubblicato: 20 giugno 2010 in Diario di viaggio, ex-periment, psicologia, Racconti, romanzoEtichette: amore, bruciati, bruciato, cotta, estate, giovane, neve, risveglio, scotta, se stessi, vecchio, vulcano
Iniziano a suonare le campane della tua ora. Ti sei appena svegliato e senti un leggero tintinnare nelle orecchie, il letto che dondola leggermente, la tua mente che divaga da un sogno alla realtà e viceversa. Le campane suonano con un eco che si allontana verso il cielo oltre le colline, rimbombando nelle tue orecchie. Ti alzi pelle e ossa, sangue e carne, occhi e cervello verso la doccia, rigorosamente fredda di un’estate folle, dove per via dell’eruzione di un vulcano potrebbe addirittura nevicare a ferragosto. Ma la doccia sarà rigorosamente fredda perché ti senti terribilmente caldo. Hai quelli che si chiamano i bollenti spiriti. E’ vero hai le mani fredde, ma è il cuore che devi raffreddare, quello è caldo. Stai bruciando dentro forse proprio come la tua vita sta bruciando al tuo esterno. Dopo la gioventù, la vecchiaia bruciata. Guardati allo specchio: vedi te o vedi qualcun altro oggi? Di chi sono realmente quegli occhi e quello sguardo distaccato e spento? Non hai acceso lo sguardo questa mattina. Potevi bruciarti un po’ il viso anche. Sei tutto acceso come un fuoco che brucia se stesso e l’ossigeno che lo tiene in vita e così ti spegnerai lentamente. Ma il tuo sguardo è quello spento di sempre. Ci vorrebbe un barlume, un’idea, tu penserai, forse dell’amore, per riaccendere quello sguardo spento. Un po’ di barba sfatta, provi a raderti a brucia pelo. Già, proprio a brucia pelo, perché forse non sai che gli antichi romani usavano farsi la barba bruciandosela con dei carboni accesi quando avevano più fretta, e non avevano paura di scottarsi. Tu ne hai una tremenda vero? Hai una paura tremenda di amare di nuovo. Di scottarti con qualcuno che sia diverso, da lei, da te, da quell’altra ancora che hai posto su un piedistallo di ghiaccio. La regina del ghiaccio. Sì, me la ricordo, la Signora delle Nevi, quella di quel tuo sogno ricorrente. Era quella donna che si presentava a te, mora, con occhi profondi e intensi, nerissimi e tutt’intorno c’era neve bianchissima e che cadeva dal cielo. Quella donna era il tuo buco nero signor A. un buco dove volevi venire risucchiato, come un bambino che vuole tornare nel suo grembo materno. Una sorta di morte al contrario. E’ la solita storia che ci portiamo dietro da secoli. Si entra, si esce, si ama, si odia, ci si accontenta. E soprattutto d’estate, anche senza sole, ci si può scottare facilmente. Anche di se stessi. Prova a guardare più intensamente gli altri, ti accorgerai ad un certo punto che spesso è esattamente come guardarsi in uno specchio e se vi riflettiamo luce, bruciamo. E non sempre è detto che sia l’inferno. Intanto, questa stagione è fredda, freddissima.



