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Un estate depressa con l’alta pressione che mi preme da lassù nel cielo, il sole costante che mi preme sulla fronte arrossata. Le strade che bruciano assetate di una pioggia che non arriva mai mentre le ombre si stagliano e intagliano lungo le linee dei campi, strane creature costruite dai rami degli alberi le ombre.

Mi adombro sotto i platani, mi ricopro, mi distendo e mi addormento. Le mie idee vagano come mine inesplose in questa estate depressa. Ma c’è alta pressione dicono là dentro ascoltando la TV. Sta toccando a me, sta toccando me.

Il tuo leggero ricordo, il tuo pensiero mi sfiora senza colpirmi, mi lascia una cicatrice.
Dicono che le cicatrici siano gli autografi fatti da Dio sulla nostra pelle, ci segnano come codici a barre, ci segnano l’anima e poi passeremo alla cassa quando moriremo. Sarai per me terra e pace. Dopo questa lunga lunga estate.

Già finita.

Navighiamo tra le nuvole, noi con le nostre teste di piombo
siamo pesanti, a volte troppo pensanti
con i nostri sogni troppo d’oro
talmente ricchi che potremmo rivenderli a cacciatori di perle
oggi non ho la lucidità di una volta
ho sempre la testa per aria e gli occhi puntati giù
qualcuno pensa sia uno scoppiato
perché qualcosa mina alla mia volontà
qualcosa ha attentato alla mia vita
è che in realtà a volte mi sento un fuoco artificiale
piuttosto che un vago fuoco fatuo.
Mi accendo e poi mi spengo.

Svagato. Eccomi variegato a grandi linee verticali, sono parallelo alla tua pelle, un giocattolo di argilla che s’intaglia sulle tue curve. Incurvato. Sbandare a destra e sinistra, perdendo la testa e quando sono più concentrato i miei occhi guardano dritti i tuoi orizzonti, perché nei tuoi c’è il mio sole errante. Stella del sud. Sudo. Con questo caldo sudo assieme a te, sono belli i rivoli di sudore sui tuoi seni, lungo le colline della tua schiena. Adesso schiuma. Bagnamoci in quella fresca fontana, io il tuo zampillo d’acqua, tu il mio intero mare, la mia foce. La mia voce preferita. Sussurami piano, soffio all’orecchio, ondeggiami, coprimi, scivolami, rendimi placido. Oscillami. Come rami al vento fresco della sera, o sulla scia dell’amaca, persi dietro la bava della lumaca come granellini di polvere di pelle quaggiù. Stella del sud. Riequilibrami, bilanciami, stendimi a terra con una carezza. Dammi la forza tu che sei il forziere, io ti aprirò le porte io che sono la tua chiave. Raccoglimi quando sarà l’attimo, prendimi quando è l’istante giusto, non esitare. Estinguimi quando divampo all’interno di te. Scioglimi come le trecce, i ghiacci, i nodi al pettine, sventrami deliziosamente.  Stella, stella. Preg’ami in ginocchio davanti al membro mio.

Vorrei poter non invecchiare mai,
essere bello come un dio, coltivare
il giardino delle fate, piantare rose
per far spuntare cuori, fare l’amore
su una distesa infinita di erba verdissima
vicino al mio castellino di carte, mia dimora
contro uragani e terremoti, moltiplicare
gli euro e dividere le tasse, far accoppiare
le tasse coi tassi, darmi da bere solo acqua
e non farmela dare mai a bere da nessuno,
rendere felici i padri e le madri, uccidere
i cattivi pensieri di ognuno, promuovere
al rango di regina la mia amata,
promuovermi al rango di stalliere
per la mia regina in modo da essere
il suo selvaggio compagno, diventare poi re,
non ricevere mai picche, dare tante pacche
sulle spalle e ottenere un miliardo di abbracci,
tonnellate di carezze tra i popoli di ogni razza e colore.

Crescere. Come fiori in un campo. Verso il cielo.

Adesso stiamo navigando verso la linea dell’orizzonte, che è bella come la tua schiena amore, e oltre l’orizzonte c’è uno splendido sole, come il tuo sguardo, lungo questo percorso si fa sera e le ombre che sono come il manto dei tuoi capelli al buio, ci coprono come il tuo corpo sul mio la notte. E lassù mentre qualcuno disegna le stelle, che amore sono come gli occhi tuoi, noi ci scarabocchiamo a vicenda con baci colorati di rosso come il tramonto che se n’è appena andato. Finché saremo insieme lungo questa strada rimarremo sempre bambini che giocano con i colori. Accarezzami con un manto d’azzurro, il palmo delicato della tua mano. Insieme si cessa di crescere se non si è abbastanza adulti. Abbracciami come il mare fa con la terra, avvolgimi come le tenebre nei boschi.

Tornare bambini, come adulti in un letto, verso di noi.

Il romanticismo mi uccide. I cuoricini che volano in alto nel cielo abbandonano il mio petto e mi rendono meno uomo. Il cuore deve essere ben saldo là dove è stato messo per avere coraggio, forza, passione. La rima uccide l’uomo e lo rende poeta. La rima è un martirio come l’amore sentito di notte tra la luna e le stelle e il riflesso nei tuoi occhi. Non ho le ali per confondermi con il cielo, io sono terra e fango, sangue e melma. Io poserò i miei forti passi lungo il tuo cammino a fianco ma non coglierò fiori per posarli sul tuo seno o farne ghirlande tra i tuoi capelli. Sarò la roccia a cui potrai poggiarti, la montagna che ti riparerà dal vento, il fuoco che ti custodisce d’inverno e la lama che ti proteggerà nel tempo. Non sarò riflesso nell’acqua, rugiada o pioggia che scivola sui vetri, non sarò specchio o lampo nel cielo, sarò invece colui che ti guida nella notte, metafora di luce, sarò le tue braccia e tu sarai il mio sacco da rubare e portare via. Io ladro, malfattore ed esecutore. Ti trascinerò nel mio cammino e ti lascerò andare, ti rapirò e di nuovo ti renderò libera. Sequestratore e ammaestratore. Io il tuo maestro, tu la mia alunna, io il signore tu la dama da vincere senza nessun miele che scivoli troppo sulle nostre bocche, e che la dolcezza sia bandita, io ti possiederò perché tu vorrai essere posseduta. Io il tuo piccolo dio, la grande fermezza, il tuo schiavo, il tuo padrone, tu la mia regina.

In quella stanza dalle pareti gialle
con l’attesa pendolante nel mio petto
quel lungo letto nostro fiume
i tuoi passi che non arrivano mai
il silenzio dentro e fuori
noia e nostalgia anche se eri più vicina
per certi versi più piccina
con la tele accesa e i giornali buttati lì
finalmente i tuoi tacchi sui rivoli della pioggia
i tuoi occhi nervosi e timidi
su quella poltroncina dove accavallavi le gambe
imbarazzo o ripiego eri lì
e con un bacio ci siamo reincontrati.

La pioggia cadeva incessante
eravamo di nuovo noi
ma con le menti distanti eppur vicine
con i corpi accesi ma lontani.

La consapevolezza uccide
il pensiero divide, il sentire unisce
e forse ci siamo chiusi troppo
ad ascoltare altro piuttosto che
le essenze pulsanti sui nostri palmi.

Una colomba vola via nella pioggia di questa Pasqua. Dovremmo fare come lei. Volare via insieme tenendoci per mano, spostando ogni velo e tenda, uscire allo scoperto. La paura ci sta uccidendo. Lo sai quanto faccia male la paura. La paura ci rende ciechi, afflitti, pesanti, l’orrore ci paralizza. Bisogna continuare a giocare come bambini su di un prato.

Ho lavato
il dolore
nel solco di lacrime
non mie
ho sospirato
all’ombra
di un albero fiero
che i miei occhi
non avevano
visto prima
e
finalmente
ho sostato
lontano
dal fragore del mondo.

Che il Sole d’Oriente
esploda
ad incorniciare
occhi di verità
nude
a colpire
pietre conficcate
di mala-amore
a stracciare
vesti dorate
di colpe
mai scontate
nel fango intrise.

Qui.
Dritto.
sono ad accoglierti
nella
tua sosta
nel palmo aperto
di chi sa slegare.

Ed
il mio anelito
di vita
scorra
e soffi lieve
su mani
che incontrano destini
non miei
e che
nell’abbraccio
unisono
diventano
perché

unisono
sono.

In questa dannata nostalgia
gli specchi rotti come lacrime
speziati per terra come erbe
raccogliendo ricordi là dietro
nel tempo dove correvo
e che dal tuo sorriso bevevo
alla tua pelle mi aggrappavo
scivolando in nostalgia
come un pianoforte sfiorato piano
mobile che suona in quella lontana
e vaga camera dei ricordi
camera che riprende gli attimi svogliati
come aprendo un palmo li raccogliessi
e poi a pugno chiuso te li dedicassi
tutti quei dannati momenti crollatici via
come piccole gocce che giacciono via
come piume che sfiorano carezze laggiù.

Io, te, e adesso anche la follia.

Prima di salire c’era il buio. Lo ricordo.
L’ho visto, più presentito che visto.
In basso, laggiù, nel fondo.

Ho avuto paura; una volta. Le scalette
Erano ripide, attorno il vuoto, lo conoscevo,
era dentro, tra tempra e tempia,
la mia meta oscura, il fondo, ho avuto paura.

Ho rivisto quel buio, ad Atene, nell’ascensore
che sostituiva le scale, salivo
come aspirata dal vuoto sottostante.

Non era un viaggio, ma n ritorno, mi allontanavo

non so da che cosa, non fuggivo
perché qualcosa tra i glutei e il cervello
vibrava in me come dovessi ascendere
fiorando il fondo, bruciando me stessa.

Temevo l’errore, temevo l’imperfezione
che muta l’estasi agognata in morte.
Ma io volevo penetrare l’impenetrabile,
essere come ero stata nella mia origine,
senza uno spruzzo, scivolando.