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Il risveglio è una di quelle cose più misteriose, ci lascia sempre così ad occhi aperti, con uno sguardo corrucciato sulla fronte, ci chiediamo sempre dove siamo, cosa sono le cose che abbiamo attorno e da quale sogno siamo tornati.

E’ tutto reale ciò che mi circonda, oppure è il proseguio del sogno che stavo facendo?
Un incubo.

Mi alzo e lentamente mi avvicino alla finestra dalla quale si diramano raggi di luce a colpirmi la fronte nuda come il resto del corpo, vengo abbagliato e mi giro un attimo. Lei è ancora lì che dorme beata, come una piccola sirena, una principessa morta dalla pelle bianchissima, i capelli che le nascondono parte della schiena.

Parto. Partorire dopo aver fatto l’amore, oppure partire. Sono queste le due decisioni da prendere dopo essere stati con una donna. Partire o partorire.
Partorire un’idea di percorre un percorso di vita insieme.
Partire e lasciarla via lì, buttata come uno straccio dopo averla usata. Ma non si usano le persone vero? Abbiamo fatto entrambi ciò che più di egoistico ci interessava e cioè raggiungere il nostro proprio orgasmo. Abbiamo adempiuto al nostro compito su questa Terra, eiaculazione e probabile ovulazione.

Ho dovuto fare entrambe le cose. Partire e partorire. Non potevo restare ma neanche lasciarla senza un progetto  (ammesso che quel mio primo getto…).

Così andai via partorendo, osservando  quell’isola misteriosa delle sirene a perdifiato attraverso l’oblò di uno dei primi aerei di quella storia.

Ed ognuno di noi ha una grande storia da raccontare. Ognuno  di noi ne ha una da dimenticare.

Il volto piegato all’indietro dal dolore. Era stato un attimo. Lo aveva preso alle spalle piegandogli il collo, adesso aveva gli occhi fuori dalle orbite e un rivolo di sangue che scendeva dalla bocca.
L’uomo si mise a cercare nella stanza tra le varie scartoffie e giornali porno, velocemente, dietro la porta c’era Jeremy che stava spingendo cercando di buttarla giù. L’uomo iniziò a sudare, non riusciva ad aprire un armadietto dove si trovava la sua droga. L’Anciol. Un potente allucinogeno utilizzato nell’ultima grande guerra che permetteva di sentire i pensieri degli altri. Bum bum bum. Jeremy contro la porta. Sprank. L’aveva spalancata, l’uomo era fermo e tremante, un rivolo di sudore scendeva dalla fronte, gli occhi allucinati, era in evidente stato di alterazione, probabilmente astinenza. Puntò la pistola contro Jeremy,  il grilletto sul polpastrello. Click click… erano finiti i colpi e lentamente con la mano tremante portò il braccio lungo la gamba aprendo piano la bocca come per tirare fuori un urlo. Jeremy si avvicinò a lui, lo prese per il collo, sentì una violenta scossa penetrargli dentro e strinse forte. Cadde a terra inerme. Adesso avvertiva la morte di quel giornalista ucciso. Prese il cellulare e chiamò l’FBI.

Fuori c’era il rantolo e il mormorio di un mare in tempesta.

Adesso siamo di nuovo qui Jeremy. Mi vedi distesa su questo letto con gli occhi languidi e la mia mano con cui mi accarezzo piano tra le cosce. Ti guardo piccolo Jeremy, ti mando un bacio da qui aprendo la bocca e spostando la punta della lingua sul labbro superiore, socchiudo a malapena gli occhi, inarco la schiena e punto un po’  in alto i seni verso il soffitto. Ci sei Jeremy? Mi vedi? Alzo una gamba e inizio una strana danza che conosci benissimo, adesso sono la tua sinuosissima gatta. Vuoi coccolarmi? Mi giro piano… perché non vieni a prendermi? Jeremy… Jeremy… io, adesso sono tua. Puoi sentirti accolto dentro di me.

Le luci divennero soffuse, fuori il cadere della pioggia scrosciante come un leggero velo che si strofinava a terra. Da quella finestra rossastra le due ombre scure che si muovevano all’unisono, in sintonia con le onde  del suono. Fuori erano tutte macerie.

Il mondo ci era crollato addosso. La crisi, i cataclismi, le guerre. Eravamo i nuovi Adamo ed Eva.

E stavamo per dar vita ad un nuovo Dio che avrebbe pianificato una nuova Era.

Jeremy, adesso, entrami dentro.

Shmuel non piangeva più. Guardava il pavimento, come cercando di convincere la sua anima a non vivere più nel suo corpicino, ma a scivolare via e volare attraverso la porta fino in cielo, veleggiando fra le nuvole fino a sparire lontano, e non tornare mai più in quel mondo.

Mentre noi ci ostiniamo a cercare imperterriti ad ogni ora e minuto di ogni nostra età, gli altri si fermano oppure non cercano mai prendendo ciò che tra le mani riescono a sollevare e portare avanti. Qui, dentro il mio io tempestoso, dove oggi nuvole grige appesantiscono i tratti delicati di quelle che furono parvenze d’angelo s’ammanta piano una consapevolezza nuova (Samanta, non ho mai conosciuto qualcuno di nome Samanta). S’ammanta. E’ come un pipistrello nella notte che si attacca con tutta la sua apertura alare alla schiena, s’appiccica. Dov’era finita la sua vena ironica scanzonata, il suo sarcasmo, la sua leggerezza. Dov’era finito il suo vero io. Sembrava che tutto fosse stato risucchiato da una distanza che richiamava le luci delle stelle a sé. Sì. Quell’amore tanto ricercato alla fine era diventato una sorta di buco nero e lì adesso risiedeva lo spirito e il cuore. La libertà era stata cancellata nel nome dell’amore. Non amare mai qualcuno più di te stesso. Non amare mai.
Eppure era la staticità che lo appiattiva al terreno sporco di questa terra. Tutto ormai sembrava immobile come scale che non salivano più oppure che scendevano. Era la stasi del caos, qualcosa, prima o poi, sarebbe dovuta per forza accadere. E’ una legge della natura.
Jeremy, è che tu non arrivi mai al punto, non ti piace ricomporre.

Sono ore sconfortate da una imperitura natura, la pioggia cala e scende come lacrime dal viso di un bambino impaurito che si nasconde al cospetto di un cielo sgretolato di specchi e lastre di ghiaccio rotte, infrante come il sogno di diventare realmente grande. Quell’unica creatura che nella natura aveva spazzato e divelto il conformismo della vita era stato il bambino che avevamo progettato di far nascere in noi, l’eterno “occhi dolci” e “sempre verità” dalla sua bocca di angelo custode di nessuno, nemmeno di se stesso, così fragile di fronte al muro pesante del mondo.

Oggi con la pioggia nascono nuove piante e fiori in un inverno che lascia perplessi e muti. Non ho più voglia di aprire bocca per dire e dare la mia, la comunicazione è diventata eccessiva, si potrebbe leggere nel mio pensiero, ricerco un cantuccio dove nascondermi e dondolarmi. La mia bocca è nata per dare e ricevere soprattutto baci, e quei baci sono sempre lontanissimi anche se nelle mie memorie esplodono caldi come quella prima volta.

In quella sera ci rifuggiamo nel boschetto dove i cervi consumavano le foglie logore dell’autunno ostinato. Ci accampammo tra una collinetta di pini e abeti e l’altra in una sorta di spiazzo fatto di sabbia e tempo. Così come dicono alcuni che i granelli di sabbia soffiati dal vento siano come il tempo che inesorabile ci logora le vite lentamente durante il nostro lento peregrinare sulla terra.

Jeremy era distesso con gli occhi in alto verso la sua stella favorita, la sua Venere, la sua unica Vebere di Milo. Quando perse la sua donna stava spesso a fissare la luce delle gocce di stelle, pensava che in qualche modo adesso lei era lassù e che poteva comunicarci quando voleva, ogni notte a mezzanotte, tra una preghiera risparmiata a Dio e un piccolo calice di assenzio che tingeva la stanza di chiazze verdi inebriate. Jeremy l’aveva amata sopra ogni cosa, per lui ella era stata la sua unica divinità, la sua dea. Adesso che non calpestava più col suo passo i mattoni di questo mondo ma volava chissà dove lassù nel cielo, la sua forma divina era ancora più marcata, adesso sì, Jeremy era convinto che fosse stata un angelo in terra. Adesso era un angelo nel paradiso.

Chiuse gli occhi. Sonia si apprestò a chiudere la tenda. Jeremy iniziò a sognare forte, gli occhi della sua stella adesso erano in lui. Il mattino dopo si sarebbe svegliato con l’amore dentro di lui, avrebbe ritrovato il suo mondo. Come ci perdiamo su questo mondo, ogni giorno facciamo di tutto per perderci. L’unica vera bussola che ci aiuta a ritrovare il cammino spesso è un amore per qualcuno e per qualcosa d’importante. La giusta via è segnata da frecce di cupido. Jeremy ne era convinto.

Siamo giunti alla corte dell’ombra signora mia della luce, oltre quel buio che si riflette sul nostro terreno c’è il trono dove potrà sedersi e accomodarsi mio prediletto splendore, si accenda di tutte le sue grazie, lei conosce mia luce che una volta uccisa l’ombra che ci ammanta riusciremo a squarciare i cieli annebbiati e a sorvolare i monti che ci hanno tenuti separati durante questi lunghi anni, potremo di nuovo camminare a piedi nudi lungo i deserti infiniti che ci scaldano e ci rincuorano, apriamoci il varco lungo questo orizzonte.

Erano le sette e trenta del mattino quando mi risvegliai, un raggio di sole già filtrava attraverso la finestra uccidendo piano le ombre della notte. I miei occhi che racchiudevano ancora i sogni si aprirono lentamente e con le mani intorpidite mi toccai la fronte gelata di sudore. Gelata di sudore. Strano che il sudore possa gelare ma quando le stelle alle tre dopo mezzanotte ti giocano brutti scherzi la mente confonde da ciò che è incubo a ciò che non lo è. Davvero una ragazza dai capelli lunghi, lisci e neri avrebbe tolto il cuore dal mio petto e la luce dai miei occhi? Sarà per questo che adesso anch’io preferisco le bionde, ma devono conservare i loro occhi neri perché al di sotto delle loro frange dorate ci si possa perdere all’infinito come in un immenso buco nero.

Ecco la signora della luce. Accendimi dove il cuore ha smesso di battere, dove gli occhi hanno smesso di vedere, dove i rivoli delle lacrime si sono fermate, falle scorrere di nuovo perché è tra quei fiumi che voglio di nuovo piangere.

Sono andato via proprio quando mi hai fatto dono dell’immortalità in quell’istante in cui stavo mettendo piede sullo scalino per potermi lanciare di nuovo in alto nel cielo io e con il tuo sorriso, è stato un istante in cui mi hai dato in mano il tuo cuore mentre andavo via, adesso con quel dono tra le mani non potrò mai più morire senza te, dovremo per forza essere insieme finché la vita non ci separi, perché è nella vita che ci si separa non nella morte.
E là ricordo nei tuoi occhi gioia e lacrime nascoste e chissà se fossero tutte per me, anche loro un dono da portare insieme, come gioielli che scendono sulle guance tinte baciate dal sole amante di quelle giornate. Ti avrei preso per mano e fatta volare con me, l’ultimo viaggio da fare, il primo con te e poi di nuovo la sera cadde e ti ritrovai amore mio lontana, oltre il cielo azzurro nascosta lì ed io di nuovo qui, in questa piccola casa vuota di nuovo a sentire la tua voce da lontano.
Mi avevi dato l’immortalità, attraverso il tuo bacio con cui ci salutammo avevamo stabilito un nuovo ordine tra me, te e la natura, ti avrei voluta prendere e portare via nel mio piccolo rifugio, tra le braccia mie, non farti toccare più terra, almeno per una volta non farti toccare più quel terreno e volare con me.
Adesso di nuovo lontana ascolto l’eco che arriva dal mare e dalle cime appuntite dei monti della tua voce azzurra e ricordo il color d’oro della tua pelle che si era carezzata sulla mia.
Adesso siamo immortali tesoro mio, è vero che lo siamo? C’è scritto proprio la sopra su quella copertina vecchia come il mondo… terremo forse strette tra le mani le dita di bambini che ci sorrideranno, forse saranno solo le nostre gioie o le nostre piccole fantasie, magari saranno proprio i nostri cuccioli o saremo semplicemente noi due che camminiamo insieme con le dita intrecciate sopra altre spiagge dove si ammira all’infinito orizzonte.

Così passammo attraverso il sole e fummo forgiati dalle fiamme trasformati in serpenti che cambiano pelle come Arabe Fenici senza ali con il terrore addosso che tutto fosse già finito così come ebbe inizio.
Oggi ho gli occhi imbavagliati, non percepisco sensazioni, ho cercato il caos ad un certo punto della mia vita e adesso mi ritrovo a viverci dentro. All’inizio è entusiasmante, si avverte eccitazione e stordimento ad ogni nuovo passo, poi pian piano come una droga ci lascia vagare tra un angolo e un altro di un marciapiede non troppo sporco o su binari arruginiti e caldi dove era da poco passato l’ordine. Ma riflettendoci sembra così labile e sottile la differenza tra ordine e disordine, tra ciò che è dritto e ciò che ci costringe a deviare, tutti i punti sono sempre lì, tutti i punti che cerchiamo sono sia nell’ordine che nel disordine ma disposti in maniera diversa. Paradossalmente però, forse è piu’ semplice raccogliere ciò che cerchiamo nel disordine, per tentativi ed errori, con molta fretta, piuttosto che provare a prendere una strada lunga e ordinata che ci porti lungo la meta senza deviazioni, perché lungo una strada ordinata in realtà si innalzano ad ogni metro diversi ostacoli che in qualche modo devono essere superati. O si sceglie di raccogliere dall’alto come un Dio le cose che cerchiamo o si sceglie di prenderle correndo su una strada lastricata di ostacoli in orizzontale.

Nel nome del Padre Jeremy.

Siamo a lungo fermi in balia dei venti, ci spazzano via i ricordi, adesso che siamo dimentichi di ogni passato ci frustra il presente ed il nostro futuro non è ancora realizzato. Credo che dovremmo farlo ora, rendere il nostro futuro il nostro presente perché se è vero che in lui vediamo rosa e in questo nostro adesso vediamo grigio l’unica soluzione è far sì che ciò che ci attende al di là dell’oggi arrivi qui nello stesso istante in cui ti scrivo. Voglio vederci rosa piuttosto che chiaro, lo sai, il troppo chiaro mi da fastidio alla vista e all’animo, la troppa consapevolezza può creare dolore, ho bisogno, non un attimo, ma sognare sempre nel margine di questa realtà.

Lungo il mare s’innalzava un ponte fin nel punto più profondo. Lassù tirava la brezza della vita, e se vogliamo anche l’ebbrezza, il nostro modo di vedere allucinate le cose, con la testa che un po’ gira perché lassù su quel ponte si provano vertigini anche osservando verso le luci delle stelle. Le nostre cose allucinate sono lì in alto. I nostri unici punti fermi. Dovremmo imparare a leggerle meglio, raccogliere la più bella con una sola mano.
E’ quello il futuro che dobbiamo fare nostro.

Nostro Signore ci benedice. Nostro Padre è scomparso.