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Se ci vogliamo, voliamo

Cercando l’inganno nel cassetto dubbio

L’asta si saluta e ti fa fare un salto

Di pala in galera (al fresco)

In fresca ma non rinfresca

Se ne infischia l’arbitro che non fa il monaco

Amaramente amare

Corroborare

Scommetto e corro a barare

Tombale, fare un terno alla lapide,

Tombola

Capita l’antifona, capitombola

Entrare nell’antro della Gioia Illuminami

Ma di mani umiliami

Schiaffeggiami

Forgiami e formaggino

Omaggino alla Gloria

Implora e castiga

Inter – Flora due a uno

il Trino dei desideri

Deridimi desiderandomi

Calpestarsi di colpo Appestarsi

Di fretta, fuggire, affettarsi un ritaglio di orologio

Ora

Et labora.

Là, oltre l’almeno, tra campi di mucchi, nella valle del sé, in quella delle lacrime, lardi, nel monte della risata, nella cascata di applausi, lì, nel regno dei gesti praticamente agli antipodi, malaticci, patici, psichici, dove come molte accennato, a cena si mangiano giù i rospi per sputare fuori i principi, nella valle dei Re, soprattutto Mida che d’oro mi tocca, un tocco d’oro, un cocco di mamma, dove si usa il credibile per fare ciò che non si crede, incredibile ma vero, come proprio prendere uno salto in bocca, nella lingua levatrice di punte di saliva e di scesa, lù, dove non ballano i lupi ma cantano le pecore e chi dorme le conta, altrove da noi e ogni altra cosa, qui dunque, dove ci sognamo l’insonnia che ci fa restare a occhi chiusi, come se oggi non fosse sera, e infatti mica è giornata. Qua, come quando risorgono i morti per fare zizzanie in un giardino di cavol fiori, che zucca, che al caldo la mia camera ardente non mi lascia morire abbastanza nelle notti del selciato, o falciato dalla morte. Eppoi al di là di ogni cornetta, il cellulare, figlio di un telefono monozigote, un po’ mignon, un po’ mignott, stando come i casalinghi erotici alle porte delle masse, ma soprattutto delle massaie. Unitemi in gioia senza far di tutta una merenda un pacco a colazione. Sì, va là!

Non sapere se, non sapere quando, non sapere per cui, non sa non dice, tace, acconsente. Si nasconde. Fa, consuma, con matra, Sumatra, Gomorra, Sodoma, le tre arpie, i quattro ladroni, le sette vipere, le ottave nane, cacciatori di affari, pro e contro, procacciatori, contro campo, neutro calciatori, svelate, veline, barconi, fuori come balconi, a lampioni spenti nella notte, dado ma non tratto, liscio ma contundente, come dire carie e vedere dentiera, come sbandierare ai quattro venti, cioè ottanta, se santa mi da tanto mi faccio monaco, se monco non scambio la mano, se scambio la mano non ingrano marcia, poi la solita, quella morta.

Sono ancora vivo e forse non vegeto ma vagito, praticamente bambino, neonato, primavera, estate. Oserei dire pupo, ma pupo bene.

Volevo contare alla rovescia ma durante l’acquazzone calcolare l’ammontare delle goccioline d’acqua che risalgono sopra mi era stato impossibile. I contatori dei rovesci si sono rotti. Fuori piove, dentro ho qualche dubbio, da qualche altra parte cadono gocce salate, hanno un prezzo elevatissimo, vengono dall’alto dei cieli per scendere al basso dei piedi, gocce di Chanel, sento il profumo di un numero dev’essere proprio il 5, scarpe inzaccherate e dolce nel piatto, scarpetta inzuccherata o magari a mezzanotte raccoglierò quella di cenerentola, la zucca, zuccosa, succosa, arancione. Fuori piove e dentro ho qualche dubbio.

Volevo scrivere un libero arbitrio anzi un libro al brio e poi anche magari uno al bivio tra l’incrocio di un uomo e una mezza donna sulla strada al confine con i marciapiedi come lucciola defunta, spenta.

Questa è una bozza. A penna fatta con la testa contro un muro di gessetti, a testa ingessata, scritta pop su un muro hip, sono un graffittaro, in fondo sono artista da strada. Uno stradista distratto, volevo essere uno standista alle fiere degli animali, una libera fiera, infuriato come cavallo del West, Wisconsin, Massachussetts e chi più stati ha ne metta per creare un nuovo sogno Americano.

Un vetro divide l’occhio che vede dalla mano che prende, poi, adagiato su di un pianoforte, ha coinciso col rumore della distrazione di massa, coperto dagli applausi senza mani, come andando in bicicletta da ragazzi.
Nessuno le può asfaltare: cosa sono?
Qualcuno è riuscito a catramarlo: cos’è?
Le razzie di capelli cresciuti, son pari solo alle adozioni della forbice contadina: basta tagliar corto!
L’edema assume un nuovo respiro, le galline saltano, incuranti delle mire anti uovo: non è ancora giorno.
Chi spedisce francobolli lecca le mani dei cani poveri e misura i marciapiedi che separano la via dal ritorno.
(Discorso da impostare appunto.)
Essere celeri sgomenta, essere eroi annerisce, chi di colore perisce di grigio scurisce. Mastica bene, e cerca di scoprire se grandina sotto le porte, i generi più vari sono in agguato, le modiche quantità aumentano, e i più s’accaparrano percentuali divine nel giorno del supplizio. Giudicare è considerato arte, scrivere viene visto come una forma di action petting, ma tanto l’amore non (ci) arriva, la miccia è troppo corta, la polvere è bagnata, e Volfango usa il rollio dell’amaca per addormentare il ventre bambino, senza bisogno di tornare femmina di imprevisto, proprio in quel fango.

Le ghigliottine per i colli non vanno bene allo stesso modo per le pianure e quando si vede il bel tempo perdere la testa quando posso di sera il mattino dopo faccio bel tempo alla faccia di chi l’ha persa e si riposa sugli allora inutilmente sperperando denaro al tempo passato come stare alla larga dal capire e mettersi alle strette inconfutabili, come insaziabili predoni dell’anima gretta che s’innalza come ondata di vento folle che mi prende e mi butta via, neanche mi rifiutassi o fossi avanzo nel mio porgermi dinanzi ad un elastico che tenda la situazione fino all’indescrivibile e ci piacerebbe togliere quell’inde per rendere il tutto di nuovo scrivibile, siccome che i pensieri non hanno sbocco neanche dalla muta essenza delle labbra circoscritte delle povere parole che sempre di meno e sempre meno significato appaiono avere. A vere conclusioni non si giunge mai. Proiettarsi su una pagina bianca dopo che tutti hanno già scritto, detto, fatto già tutto, potrebbe di nuovo progettarsi di nuovo? Buttarsi sul foglio. Sinceramente preferirei andare a fitto capo, con la testa distesa direttamente su un’amaca a forma di foglia. Mi detesto. Mi detesto tantissimo. Ma poi di una cosa mi sono sempre chiesto l’essenza: se il mio televisore ha uno schermo piatto lo posso usare in cucina per farci due spaghetti?

E fu così che venni ricoverato al reparto Grandi Suggestionati. Dopo aver suggellato miriadi di stelle nelle nuvole di ghiaccio gelate dei miei sogni sudati la notte, fui preso e portato via con prognosi riservata e malattia molto più estroversa, sparsa ai quattro venti con il cuore surgelato e messo in gelateria per chi come me aveva smesso di leccare grandi dolci, cioccolata e miele. E in tutta la Suggestione il dottore del sogno infranto mi disse che ero terminale e la glassa scivolò via giù dal mio petto, la corazza pian piano si lasciò andare via, calò a picco, mi mise a nudo il corpo e la pelle, sotto un quintale di melassa, volevano farmi affogare tra lo zucchero e i canditi per farmi imparare a nuotare di nuovo con stile libero, di nuovo tornare ad amare, vita morte e miracoli e tutta la sdolcinatezza dell’universo intero.

Dopo dieci giorni le suggestioni persistono, hanno lasciato cicatrici indelebili, ognuno di noi ne porta qualcuna dopo aver superato la soglia di suggestione di terzo grado. Siamo piccoli esseri infiammabili, marchiati a fuoco da eventi e anche da non evidenti eventi.Superata l’ultima soglia scesi in pianterreno, fuori il giardino splendeva verde, il sole in alto giallo come un limone.