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Navighiamo tra le nuvole, noi con le nostre teste di piombo
siamo pesanti, a volte troppo pensanti
con i nostri sogni troppo d’oro
talmente ricchi che potremmo rivenderli a cacciatori di perle
oggi non ho la lucidità di una volta
ho sempre la testa per aria e gli occhi puntati giù
qualcuno pensa sia uno scoppiato
perché qualcosa mina alla mia volontà
qualcosa ha attentato alla mia vita
è che in realtà a volte mi sento un fuoco artificiale
piuttosto che un vago fuoco fatuo.
Mi accendo e poi mi spengo.

In quella stanza dalle pareti gialle
con l’attesa pendolante nel mio petto
quel lungo letto nostro fiume
i tuoi passi che non arrivano mai
il silenzio dentro e fuori
noia e nostalgia anche se eri più vicina
per certi versi più piccina
con la tele accesa e i giornali buttati lì
finalmente i tuoi tacchi sui rivoli della pioggia
i tuoi occhi nervosi e timidi
su quella poltroncina dove accavallavi le gambe
imbarazzo o ripiego eri lì
e con un bacio ci siamo reincontrati.

La pioggia cadeva incessante
eravamo di nuovo noi
ma con le menti distanti eppur vicine
con i corpi accesi ma lontani.

La consapevolezza uccide
il pensiero divide, il sentire unisce
e forse ci siamo chiusi troppo
ad ascoltare altro piuttosto che
le essenze pulsanti sui nostri palmi.

Una colomba vola via nella pioggia di questa Pasqua. Dovremmo fare come lei. Volare via insieme tenendoci per mano, spostando ogni velo e tenda, uscire allo scoperto. La paura ci sta uccidendo. Lo sai quanto faccia male la paura. La paura ci rende ciechi, afflitti, pesanti, l’orrore ci paralizza. Bisogna continuare a giocare come bambini su di un prato.

Prima di salire c’era il buio. Lo ricordo.
L’ho visto, più presentito che visto.
In basso, laggiù, nel fondo.

Ho avuto paura; una volta. Le scalette
Erano ripide, attorno il vuoto, lo conoscevo,
era dentro, tra tempra e tempia,
la mia meta oscura, il fondo, ho avuto paura.

Ho rivisto quel buio, ad Atene, nell’ascensore
che sostituiva le scale, salivo
come aspirata dal vuoto sottostante.

Non era un viaggio, ma n ritorno, mi allontanavo

non so da che cosa, non fuggivo
perché qualcosa tra i glutei e il cervello
vibrava in me come dovessi ascendere
fiorando il fondo, bruciando me stessa.

Temevo l’errore, temevo l’imperfezione
che muta l’estasi agognata in morte.
Ma io volevo penetrare l’impenetrabile,
essere come ero stata nella mia origine,
senza uno spruzzo, scivolando.

Io sono l’unica il cui destino
lingua non indaga, occhio non piange;
non ho mai causato un cupo pensiero,
né un sorriso di gioia, da quando sono nata.

Tra piaceri segreti e lacrime segrete,
questa mutevole vita mi è sfuggita,
dopo diciott’anni ancora così solitaria
come nel giorno della mia nascita.

E vi furono tempi che non posso nascondere,
tempi in cui tutto ciò era terribile,
quando la mia triste anima perse il suo orgoglio
e desiderò qualcuno che l’amasse.

Ma ciò apparteneva ai primi ardori
di sentimenti poi repressi dal dolore;
e sono morti da così lungo tempo
che stento a credere siano mai esistiti.

Prima si dissolse la speranza giovanile,
poi svanì l’arcobaleno della fantasia;
infine l’esperienza mi insegnò che mai
crebbe in un cuore mortale la verità.

Era già amaro pensare che l’umanità
fosse insincera, sterile, servile;
ma peggio fu fidarmi della mia mente
e trovarvi la stessa corruzione.

Il cuore quando si arena non s’arrende mai del tutto sull’infranta spiaggia,
così come il sole che mi cala sulla frangia e colpisce la fronte
bussando a questa piccola foglia sparsa al vento,
io piccola fronda che si concede un attimo d’incespicamento
tra le ciglia e gli occhi miei,
come s’accoglie la pagliuzza nell’iride quando c’è nebbia,
la cerchiamo per vedere meno,
per venire meno al nostro senso di visione reale,
ci impellicciamo in questo nostro visone,
pelliccia di sicurezza, riparo dal freddo e dall’inganno
che al gelo ci brucia la gola in fiamme,
al gelo ci brucia la gola in fiamme.
Dobbiamo farne un’altra canzone dove non s’incanta,
non s’incanna e non si fumano nuvolette d’incenso incerto verso il cielo,
incerto incenso di cenere che si libra leggiadro,
in alto, in alto e noi come ballerine padrone dell’aria
ci muoviamo danzando, commuovendo la platea
rendendoci immensi in questi poveri mesi,
in mesi di penuria, in mesi che andando via ci costruiscono ogni anno.
Immane è il nostro desiderio di suggerire al cuore,
suggerire, soffiarci dentro per capire,
comprendere, cos’è st’ardore cos’è st’ardore
se non altro sparso dolore,
attimi di panico che ricondurrano a attimi di pane, bontà, gioia.
Siamo impanati, ricoperti di una glassa nostalgica,
siamo così su queste strade, impantanati.
Le nostre orme.

Ho una poesia per te oggi
devo dirti ciò che provo, ciò che sento
mi manca forte il tuo sorriso e i tuoi occhi
la tua pelle di alabastro
le cose più belle che un uomo
possa incontrare nella natura
tu sei la mia unica donna
è quello che avverto
ed ho tanta voglia di averti, lo avverto!
voglio di nuovo fondermi e confondermi
in te e lasciarmi andare nel tuo sguardo
cercando la tua dolcezza squisita
che risale la sera nelle tue parole
desidero la semplice verità di ogni piccola cosa
per tenere lontano da noi ogni dolore
forse basterebbe chissà, una piccola rosa
ma sei tu il fiore, ciò in cui cerco il mio nettare
non temere di raccontarmi ciò che può far male
io sono qui sempre pronto ad accoglierti
e coglierti fiore mio
ne ho bisogno mia dolce creatura
di ogni piccola verità
e non aver paura di voler volare
di volare verso me
io ti terrò e ti aiuterò volandoti a fianco
reggendoti un’ala
potrai volare insieme con me
sei il mio unico angelo
e ti desidero, così come l’uomo
desidera il paradiso.

Quando l’ego gioca col Lego, costruisce mattoncini immaginari, castelli in aria frantumati da un piccolo uccellino viaggiatore, se più grande senti di essere dentro più piccolo diverrai agli occhi di chi ti guarda vicino, sei una miniatura ingigantita, la forza, la follia stretta tra le dita, impugna l’arco e scocca le ore, voleranno via come frecce in questo orologio disperso nel mare, galleggiando sulle onde come un tempo dimenticato, quale sia la ragione essa va via, si distacca lontana all’orizzonte, tramonta la ragione, sorge l’idiozia come una luna che sogghigna dietro a un monte.

E se tu volessi andare via, dico amore mio, tu volessi andare via, lascia scuoterci in questa balia, tutto affoga, tutto ha foga di bagnarsi, in acque salate che ci brillano la pelle, al sole, alle stelle.

Buttami via, io non ho necessità di questo infiammare, non sono un cerino, se voglio mi accendo sempre, buttami via, ma non smetterò di luccicare, non sono un anellino da portare alle dita, non sono un agnellino, sono cerbiatto e volpe, leone e tigre tra le foreste di questa enorme vita e posso andare via fiero, lontano lassu’ come un’aquila inferocita.

Non sei tutta curve,
eppure giro.

Mi giro a guardarti e a stupirmi di quanto sei bella.
Girano le tue mani su di me, che sono ristoro. Ed oro.
Giro e non mi annoio, perché ogni corsa è un nuovo regalo.
Che mi fai tutti i giorni.

Non sei un gioco per me.
Eppure mi diverto.

Mi diverto a tenerti per mano mentre mi fai da cicerone.
Mi diverto a tenerti stretta e dirti che m’innamoro.
Mi diverto a temerti, mentre mi bendi con una cravatta che ti hanno lasciato.
Che mi fai di notte?

Non sei una corsa ad ostacoli,
eppure ti salto.

Ti salto addosso,
ti salto addosso,
e, lo diresti mai, ti salto addosso.
Che ti farei sempre!

Non sei un premio in palio,
eppure corro.

Corro per essere il migliore di tutti quelli che hai conosciuto,
corro perché altri potrebbero raggiungermi e volerti e averti no, io corro,
corro perdendo fino a perdere il fiato, tanto che all’arrivo non potrò parlare.
E che cosa faremo adesso?

Sei un traguardo,
sei una vittoria,
sei una strada in discesa.

Eppure non mi fermo.
Che sai, con te una vita me la farei.

Attimi di vetro.

Questo tramonto ha il sapore di baci sfiorati nelle nebbie di un sogno,

di sagome oscure intraviste nel morbido abbraccio della penombra,

apre spiragli di luce verso l’oceano sui cui sfociano i torrenti

delle mie speranze.

Tutto e’ già avvenuto e mai sarà.

Attimi di vetro.

Quest’alba respira aliti di vite bramate

ha lame di luce che lacerano l’impalpabile superficie delle mie illusioni.

Mi ha scaraventato oltre la soglia dell’incanto

tra suoni incolori che agghiacciano l’esile respiro del mio cuore.

Tutto e già avvenuto.

Attimi di vetro.

Questa sera socchiude gli occhi alla vista di un fiore soffocato dal gelo,

il sole cala tra i bagliori di ricordi mai nati,

tra i pezzi abbandonati dei miei attimi di vetro.

(Anonima Pupetta)

(anno 2003)

Vorrei disegnare sulla tua schiena nuda
Tutti i baci del mondo
Voltarmi verso i tuoi occhi
Vedere in essi il piacere
Che provi dondolandoti sul mio corpo.

La tua bocca è carne che si apre
E sboccia come rosa
Lascia la mia lingua fresca
Penetrare tra quei petali umidi
Di calda saliva e rugiada.

Fammi carezzare le curve della schiena
Lentamente
E con la mia lingua scivolare in basso.

Ti avvolgo, ti contengo, ti spingo.

Su tutto il tuo corpo il piacere
Diventa sudore caldo tiepido
Lascia che ti guardi di nuovo negli occhi
Vedo che mi vuoi, mi cerchi, hai voglia
Di me dentro te.

Lascia che ti sfiori il collo
Come piuma d’angelo
Lasciami scendere piano
Fammi di nuovo risalire
Voglio adesso farti di nuovo dondolare
Sopra me…

Su e giù… su e giù…
Riesci a sentirlo?