Seduto in ufficio. Le operaie operano con un caldo soffocante. Tagli chirurgici di precisione sulla stoffa che non ho mai avuto abbastanza.

Ma ne hai di stoffa, hai stoffa da vendere. Sì, esattamente quello, vendo abiti fatti da monache, anatre ed oche. Alcune sbirciano mentre scrivo.

Un occhio illanguidito mi osserva, un sorriso si apre ma provo a non entrarci. Le bocche sono tutte piccole per me. Come i baci che chiamo bacini, come i culi che chiamo culetti, come le teste che chiamo testine. Testine di registrazione. Segno appunti senza fare nessun goal.

Io ho stoffa da vendere. Qui fuori dalla finestra si scorgono panni stesi ad asciugare come le lacrime sporche di un cielo sofferente.

Questa notte andrò sui balconi, a stare fuori come un lampione, ne butterò via un po’ per le strade. Francesco mi conosce, sono un folle. M’innamorai della sua vita disperata e del suo amore verginale. Vaginale?

Qui è un buco. Vivo in buco ma non sono verme abbastanza. E’ tutto buio anche il giorno. La notte c’è un lumicino. E’ tutto piccolo per me. Perché sono un gigante buono, a volte gitante, zingaro nelle strade acciottolate di sera. Così accartocciate che m’incarto, ma non m’incanto.

Bellina.

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