Elogio della fuga


..Finché le gambe mi permettono di fuggire, finché le braccia mi permettono di combattere, finché l’esperienza che ho del mondo mi permette di sapere che cosa devo temere o desiderare, niente paura: posso agire. Ma quando il mondo degli uomini mi costringe a osservare le sue leggi, quando il mio desiderio si scontra col mondo dei divieti, quando mi trovo imprigionato, mani e piedi, dalle catene implacabili dei pregiudizi e delle culture, allora tremo, gemo e piango. Spazio, ti ho perduto e mi rinchiudo in me stesso. Ritorno sulla cima del campanile dove, con la testa tra le nuvole, fabbrico arte, scienza e follia. Ahimè! Non ho potuto tenere per me neppure quelle. Non ho potuto tenerle nel mondo della conoscenza. Sono state subito adoperate per occupare lo spazio e stabilire la dominanza, la proprietà privata di oggetti e di esseri, e dare piacere ai più forti. Dall’alto del mio campanile potevo scoprire il mondo, contemplarlo, trovare le leggi che governano la materia, senza però conoscere quelle che avevano presieduto alla costruzione della cattedrale: non sapevo niente della volta romana o dell’ogiva gotica. Quando con la mia immaginazione trasformavo il mondo e occupavo lo spazio, lo facevo col cieco empirismo delle prime forme viventi. I mercanti invasero il sagrato della mia cattedrale, e occuparono lo spazio fino all’orizzonte delle terre emerse. Invasero mare e cielo, e gli uccelli dei miei sogni non poterono più volare. Rimanevano imprigionati nelle reti del popolo dei mercanti che abitavano la terra, il cielo e l’aria, e che vendevano le loro piume ai più ricchi perchè le mettessero tra i capelli come ornamento narcisistico, per farsi adorare dalle folle asservite. Il ghiacciaio dei miei sogni servì solo ad alimentare il fiume della tecnica che andò a gettarsi nell’oceano dei manufatti. Lungo il suo corso sinuoso, arricchito da numerosi affluenti, cosparso di bacini artificiali e di tratti pianeggianti dove l’acqua scorreva lenta, si insediarono le gerarchie. Occuparono lo spazio umano, distribuirono oggetti ed esseri, lavoro e sofferenza, proprietà e potere. Le piume multicolori degli uccelli dei miei sogni riempirono lo spazio disordinatamente come la nuvola di piume che esce dal cuscino squarciato da un coltello. Invece di rispettare il maestoso aspetto della vallata dove essi erano nati, le piume si sparpagliarono in ogni direzione, rendendo l’aria irrespirabile, la terra inabitabile, l’acqua incapace di dissetare. I raggi del sole non riuscirono più ad aprirsi un varco per raggiungere il mondo microscopico che serviva loro per generare la vita. Le piante e i fiori asfissiavano, le specie sparirono e l’uomo rimase solo al mondo. Si alzò orgogliosamente di fronte al sole, troneggiante su un mare di rifiuti e di uccelli morti. Ma per quanto tendesse le braccia e cercasse di afferrare i raggi impalpabili, non poté trarne nessun miele. E dalla cima del campanile della cattedrale lo vidi sdraiarsi e morire. La nuvola di piume lentamente si adagiava al suolo. Dopo un po’ di tempo si vide spuntare, attraverso il tappeto multicolore che copriva la terra, uno stelo che presto si guarnì di un fiore. Ma non c’era più nessuno che potesse accorgersene.

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