La Puttana e il Miele


– Sei solo una puttana bastarda. 
E’ così che Nando Trofettini entra gridando nella stanza di lei alle due del mattino di un sabato notte infestato dai pipistrelli quindicenni delle discoteche straffatti di ogni genere di droga e psicofarmaco consentito dalla legge e non. La puttana difatti dorme del sonno creato da decine di tranquillanti buttati giù attraverso la bocca e la gola come chi è affamato o assetato in mezzo al deserto o di chi, come lei, deve riempire un vuoto incolmabile. 
– Puttana delle mie puttane, regina di tutte le strade svegliati!
Per Nando non è una serata facile. Anche lui ha qualche vizietto, oltre a qualche bicchiere di troppo amava strisciare col proprio naso sui tavolini più ricchi di Roma, strisciava con quel suo bel nasone grosso come a sciare su una morbida, gommosa culla di gomma e inspirava dentro con tutto il piacere che potrebbe provare un bambino nel succhiare il latte alle mammelle della propria madre. Come il latte in polvere, per un uomo come lui che non è mai riuscito a crescere tranne per la sua cultura, il cinismo, l’esperienza di un uomo fatto (e ovviamente) strafatto da una vita che come per tutti uccide lentamente, giorno dopo giorno, senza pietà, senza guardare negli occhi nessuno per renderti sempre più piccolo agli occhi miopi e forse anche presbiti dell’universo. La sua puttana, Deborah, rigorosamente con la acca finale aspiratissima come tutta la coca che si trova nelle fogne di Roma, si destò e diede uno sguardo del tutto indifferente prima a lui e poi al mondo intero. Bella come Cleopatra distesa sull’amaca imperiale ma con la pelle chiara, chiarissima e levigata, talmente diafana per cui le si potevano vedere le neve delicatamente azzurrognole che le percorrevano quel corpo stupendo che si stava levando.

Siete senza cuore, non avete messo nessun cuoricino a questa storia almeno fino ad ora. Pensate che sia davvero così cinico, cattivo e spietato? Pensate davvero che vada solo a donnine perché ho un disprezzo, una misoginia per quelle che voi definite donne “normali” ma che poi sono l’esatto contrario di quello che davvero dovrebbe considerarsi normale? Pensate davvero che sniffarsi due grammi di coca in questo mondo che viviamo sia immorale? Come se la moralità fosse la parola di Dio. Come se Dio esistesse. Come se davvero ci fosse gente che crede nei miracoli e che dai miracoli viene guarita. Ma ho perso il filo del discorso come lo perse qualcuno in un labirinto per ritrovare la sua amata. E alla fine si perse anche lui. E alla fine morì. Soprattutto morì. Perché non potete neanche immaginare quante volte un uomo può morire in una sola singola vita: si muore milioni di volte ed è sempre colpa di una donna e non pensiate che non sia vero, non pensiate che le donne non c’entrino nulla con la morte dei maschi perché la verità è che ogni morte di un uomo di cui venite a conoscenza è sempre dovuto per mano di una donna e se non è per la mano, certamente per il cuore. Cazzo. Cuori eslposi ovunque. Artifici nel sabato e nelle domeniche mattina.
Ma torniamo alla fermata e ripartiamo da quel pezzo di bus di nome Deborah, quella con la acca aspirata lunghissima, aspirata come il pompino più dolce mai fatto ad un uomo da una donna. Ecco che il suo corpo si innalza come una statua greca e si avvicina a me. Io come un ebete ma allo stesso tempo indifferente mi perdo nei suoi occhi e cerco il filo di Arianna per non perdermi di nuovo. 

Eppure è una storia romantica. Dovrebbero esserci tanti cuori rossi qui a risplendere come negli occhi del personaggio di un cartone animato giapponese. Adoro i cartoni giapponesi sono quanto di più si avvicina all’ideale di un mondo nuovo per l’uomo: nessuna sofferenza se cadi da mille metri, super poteri, energie infinite e non muori mai. E magari fai sempre l’amore e invece del Viagra bastano un paio di mutandine bianche per avere un’erezione eterna. E forse lì l’amore esiste davvero, anzi è certo. Deborah si avvicina a me con la sua bocca rossa e i suoi occhi color ebano, io tremo come una foglia già trafitto al cuore da innumerevoli frecce che mi hanno colpito innumerevoli volte. E’ davanti a me, apre la bocca e dice una frase che non dirò mai a nessuno, una frase che mi uccide e mi stende. La prendo per i fianchi e la bacio su quella bocca che si apre come una rosa bagnata nella primavera più crudele della vita. La bacio avidamente, voglio la sua anima, voglio che sia mia per sempre così come il Diavolo vuole l’anima di ogni uomo o donna, io voglio la sua. La voglio possedere in eterno. E’ questo in fondo quello che ci hanno insegnato a scuola: dobbiamo possedere ciò che amiamo e desideriamo e con questo insegnamento oggi abbiamo imparato ad uccidere con un fucile o una pistola dal grosso calibro anche il nostro vicino di casa. La nostra ex amante. I nostri genitori.

Io voglio uccidere Deborah. La voglio uccidere di baci e carezze perché nonostante il mio apparente cinismo sono rimasto l’ultimo vero romantico del mondo. Gli altri sono tutti morti, fanno solo finta, il loro cuore è davvero una pietra inscalfibile di cattiveria ed egoismo. Batte più forte il cuore di un soldato in guerra di qualsiasi altro mio concittadino, in questa povera italietta ridotta alla porno-politica e allo scontro tra esseri insignificanti che vogliono (anzi pensano il ché è anche peggio) di governare il mondo. Gli occhi da cartone giapponese di Deborah sono l’unica cosa che mi fanno sentire ancora vivo. Sì, l’ultimo dei romantici mentre balla coi lupi assieme all’ultimo dei moicani in realtà non muore mai perché sempre pieno di passione al contrario di quegli spiriti affievoliti e morti che vagano come esseri usciti dalle tombe per le strade fottute di questo fottuto paese senza più strade. Non ci sono più vie, perlomeno non ci sono più vie di mezzo e di comunicazione per poter vivere, bisogna prendere sempre la più diretta e pericolosa e cioè quella che conduce al cuore di un’amata e ti allontana da tutto il resto. Da tutto il resto per sempre. Per l’eternità che questa vita ci regala e allo stesso tempo ci infligge, ma in fondo, la mia idea che il tempo sia un solo un cerchio piatto dove ogni più piccolo evento si ripete all’infinito mi stimola a giocare, a continuare a tirare fuori carte dal mazzo. Voglia di scopa. E di scopare.

Dicesti che il mio sesso sapeva di mare. Salato, caldo, avvolgente. La tua lingua invece era amara, al contempo dolce. Incredibile come dalla tua bocca le parole puttana, amore, avessero la stessa immancabile nota di malinconia. Prendilo in bocca, Deborah. Come sei riuscito a domarmi così? Ti guardo negli occhi mentre raggiungi l’amplesso e finalmente ti scopro in tutta la tua vulnerabilità. Sei tu adesso l’animale indifeso, la belva ammansita. E ne approfitto per bisbigliarti all’orecchio che ti amo. Il tuo schiaffo beffardo ne è la prova. Stai zitta, Deborah. Ed io ti amo di più, bastardo come sei. La tua mano afferra i mie capelli in un pugno, mi tira a te e mi lecchi la lingua. Ti piace scoprire il tuo sapore nel mio. Sei mia, l’hai capito? E di chi altri potrei essere, se non tua. Marchiata a fuoco sulle terga, come una bestia da macello. Hai gli occhi neri di quell’amore che odia. Onice lucida. Che cazzo guardi, Deborah? Guardo la mia dignità svanir via come fumo tra le mani. E’ questo il prezzo da pagare per il tuo tacito amore?

– Sei solo una puttana bastarda. ​
Questo ti ho detto, sottovoce, come sussurrato in un orecchio appena ti ho vista. Te l’ho detto perché ti odio. E ti amo. Qual è la sottile differenza tra i due sentimenti? Vanno a braccetto come due linee parallele esattamente come il mio sentimento nei confronti della razza umana. Che razza di gente. La “gente”. Perde tempo a non fare nulla, a trastullarsi col nulla, ad ossessionarsi per le cose inutili e a dimenticare dell’unica vera salvezza di questo mondo: le donne e la loro bellezza. La tua di bellezza Deborah. Mi facevi impazzire come se già non fossi abbastanza pazzo e adesso ti ho posseduta senza che tu in realtà sia mai stata mia. Io non possiedo niente, sono nullatenente e preferisco esserlo piuttosto che avere l’illusione di “possedere” il corpo di una determinata persona o peggio la sua anima, o il cuore o come volete chiamarlo. Non compro e non rivendo anime al mercato nero del Paradiso anche se tu mi vuoi chiamare “diavolo d’un bastardo”. Angelo, io continuo a dirtelo che sei il mio angelo. Deborah non è stato il nome adatto che ti hanno dato i genitori. Dovevano chiamarti Angelo delle Puttane. Mi stai stringendo le spalle, sei davanti a me con quegli occhioni enormi e mi guardi con la bocca semi-aperta. Io mi sento il solito imbecille, non posso resistere. Ti prendo di nuovo e ti bacio sulla bocca carnosa. Finiamo abbracciati come un due feti appena sbocciati dalla natura su quel letto di seta rossa e con lo specchio sul soffitto che ci proietta all’infinito. E’ tutto questo che fa finire una vita all’inferno. Un bacio, la pelle calda, accoccolati nudi su un letto tutto l’inferno della mia vita scompare. Ma qualcuno il giorno dopo deve pur fuggire se vuole salvarsi da questa beatitudine. Bisogna sempre scappare per limitare i danni è per questo che rimarrai sempre la mia puttana.

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2 pensieri su “La Puttana e il Miele

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