Oggi che siamo morti possiamo riposare finalmente in pace.

Ecco il nostro letto, possiamo finalmente abbandonare i nostri corpi senza più catene, quelle che ci stringevano e ci facevano cigolare, possiamo lasciarci cadere come lenzuola dal cielo, bianche e immacolate, oppure macchiate del nostro sangue e delle nostre ferite, o del tuo sporco rossetto scarlatto.
Immagina che sia notte e proprio come due fantasmi rifletteremmo la luce della luna così come farebbe la nostra pelle, siamo due spiriti dannati, maledetti, abbandonati come cenci, stracciati a due centimetri da terra non valiamo insieme due soldi. Forse voliamo mai poi cadiamo.
Fuori festeggiano per noi con candele e candelabri accesi, noi con le nostre candide labbra spente e appiccicate sempre tra di loro.
Siamo come due mummie incollate, siamo come gli scheletri nell’armadio, catenacci alle porte, incatenati all’eternità che non ci da libertà.
Oggi esprimiamo il desiderio di mascherarci per nascondere i nostri volti, per fare l’amore come anonimi, oggi siamo travestiti così, siamo trasparenti come fantasmi, già non esistiamo più.

Oggi i miei occhi e le mie mani possono andare attraverso di te, possono andare oltre. Possono afferrare il tuo finto pugno di sangue che gocciola.

Ci preferivamo completamente morti, sotto terra nelle nostre tombe e sulle lapidi la scritta si furono amati alla follia.

Poveri pazzi.

Ad Halloween non avrò bisogno di travestirmi perché già so di essere uno zuccone e quando verrò da te, cenere delle mie stesse carni, mia Cenerentola dei miei musei di cera, arriverò a piedi e ti farò salire all’interno del mio cervello per trasportati nel mio reame, esattamente nel mio sciame di pensieri. Ricordati bene però che dopo la mezzanotte dovrai toglierti dai miei pensieri e dalle mie idee, ricordati di non rimanere un chiodo fisso ché già i miei polsi hai fatto sanguinare in passato mettendomi al muro come un Cristo in croce. E certo che abbiamo paura dei nostri fantasmi del passato, non sono altro che i ricordi lontani. Adesso sono il tuo zuccone, tu la mia inutile cenere. Ti ho fumata bene, mi hai dato alla testa. Ricordati di uscire senza far dolore. Un dannato testardo, bendato per te ai piedi del letto e tu con le manettine dell’amore. Non ci resta mai da fare altro che avvinghiarci, cingerci, cospargerci tra le lenzuola. Ceneri.
Vuoi venire a cena con me?

Ci siamo lasciati alle spalle il dolore fortuito, quell’infortunio caduto come un mattone durante un terremoto sul nostro letto di sorte. Un tira alla fune, un tira alla sorte, un tira all’acqua del mio mulino dove tu ne hai sempre bevuta troppa e abbastanza. Adesso come cicalecci fuori le foglie si sgretolano sul manto scuro delle strade al fragore del vento autunnale che dirompe piano attraverso l’aria, si sentono le erbe bruciate scoppiettare come carta vecchia stretta in un pugno. Ogni inverno è la nostra nuova stagione, ma sono anni ormai che non cambia mai nulla. Forse è colpa dell’inquinamento globale, dell’effetto serra che ci lascia impietriti e imbambolati come statue nella piazza principale di una città come sempre deserta, vuota e spenta.
Adoro la luce dei lampioni. Adoro la forma dei lampioni e il loro bagliore nella notte, nelle piazze e nei lunghi passeggi. Forse perchè è proprio così che mi sento a volte: fuori come un lampione, solo di notte, ma che pur tuttavia  splende. Al mio interno c’è qualche fiamma che divampa.

Fiammelle, fuochi fatui, i fantasmi del passato. Siamo invasi. Abbiamo bisogno di un esorcismo.

Ti prego dammi la tua schiena che io possa baciarla, che possa manovrarla e accarezzarla con le mie mani, sentire l’esistenza del tuo corpo, di te. Sai, siamo così svaniti, scomparsi, in questo mondo dove nulla più ha un valore, un costo. Tu sei il mio costo a tutti i costi, il mio prezzo da pagare per averti amata. Mi costi tanto in termini di cuore e vasi sanguigni, in mal di testa  ed esaurimenti nervosi. Sono isterico, sto diventando folle. Salvami.

E’ una cosa ridicola. Nessuno può salvarti. Nessuno è il tuo Dio personale.

Forse sbagliamo a considerare l’amore. Pensiamo che il nostro amato sia il nostro Dio. Lui ci perdona sempre da ogni peccato, lui ci guarisce sempre da ogni dolore, lui ci fa godere e gioire quando vogliamo, o meglio, quando vorremmo. Fin che dura. Ma l’amore non è eterno come Dio e non ci perdona sempre, così come non ci cura o ci rende mai davvero felici.

Mi sorge un dubbio che forse è una certezza. L’amore così come Dio semplicemente non esistono. Abbiamo sbagliato a pensare. Un’intera storia da riscrivere. un’intero inconscio collettivo da riprogrammare.

Esistono relazioni. Noi stessi siamo assoluti e liberi e non abbiamo bisogno di nessun altro che lo faccia per noi. Gli altri ci incatenano, ci pongono limiti, paletti al cuore, ci fermano, bloccano la nostra crescita personale. Mai aggrapparsi, mai farsi trascinare. E’ sempre meglio il detto di continuare sempre a volare, da soli o in compagnia, ma senza corde che ci stringono.

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Ho giocato sporco. Lavami, adesso lavami via questo fango che ho addosso.
Infangato l’onore. Una puzza sotto il naso.
Sono le ali di farfalla che volano lievi come piume sul cielo, oltre, altrove.
Oltre questa camerata di militari luridi di sangue.
C’è bisogno di una grande lavanderia che ripulisca da tutte queste ferite piccola.
La lavanderia a gettoni che ci dona la pace, il pulito, il lindo, il consono.
Te l’avevo detto che c’era bisogno di una bella  ripulita,
una rapina per toglier un po’ di grasso in giro
pensieri troppo pensati vero?
Ci fanno affondare fin nell’abisso
di questi mari in tempesta appestati
dove altro non troviamo che altro fango baby.
Lottiamoci dentro.

Avrai un futuro luminoso, mi diceva, mi diceva di abbassare quella luce dopo aver trascorso un passato buio a volte colorito, mi consigliava di abbassare la luce di quel mio futuro luminoso, di renderlo meno incandescente, di non farlo bruciare sul nascere.
Sarai una persona brillante. Splenderai.
Una stella nel firmamento.
Ma se io mi volessi oscurare, rendere i brillanti meno vivaci, abbassare quella maledetta luce che abbaglia gli occhi per una più soffusa e tenue?
Un futuro radioso, dopo un passato burrascoso, lasciarsi le brutte storie alle spalle e ancora di più, immagina quelle brutte cose sempre più lontane dalle tue spalle, lontanissime, immaginale andare via, indietro, indietro, sempre più indietro, sempre più piccole fino a vederle definitivamente scomparire come un piccolissimo, minuscolo, totalmente inncuo puntino nero.
Riusciresti a farlo? Non ti sentiresti meglio? Adesso accendi il tuo futuro, fallo brillare, non aver paura della luce troppo intensa, ma non esagerare, non farlo brillare fino a farlo scoppiare. Luce soffusa e profusa.
E’ tutto ciò di cui hai bisogno adesso. Illumina il tuo cammino ad ogni passo che fai.
Non è il fuoco che cammina con me, ma il suo bagliore che mi rende grande.

Non sarebbe mai dovuta essere pronunciata quella parola, non sarebbe dovuta mai essere impressa nella memoria di nessuno. Il suo ricordo e il suo studiarla ha reso schiavi milioni di persone da sofferenze e atroci distacchi, da scontri e omicidi, da tradimenti e oscenità.
Non avremmo mai dovuto imparare quella parola, non bisognerebbe neanche più pronunciarla. Bisognerebbe liberarsene ad ogni costo.
Ma è proprio l’essere liberi che la fa dimenticare.
E’ stato l’inganno maggiore mai perpretato nell’intera storia della razza umana.
Ecco, vedi, quella parola uccide, ferisce, stordisce, rende inebetiti. Il suo studio deve essere proibito.
Quella parola rende legati, imprigionati, ammanettati. E’ l’esatto opposto di ciò che cerchiamo.
Anche il suo contrario non ha alcun valore non esistendo la prima.
La vera libertà è lì nel mezzo, e qualcuno deve ancora creare quella parola che stia lì nel mezzo. Non è l’apostrofo rosa, eppure si avvicina.

Di nuovo fui posseduto. E’ come una malattia, un virus, un germe, un batterio. Mi sporcai l’anima dentro e il corpo fuori. E’ una sorta d’incantesimo, di nenia magica, di maledizione.
Essere posseduto e allo stesso tempo possedere un’altra persona e quando sei posseduto sei dannato, a lungo, forse non è mai per sempre, forse non è mai in eterno. E’ un piccolo inferno in cui ci piace crogiolare tra le piaghe e le pieghe di un letto sporco dei nostri umori, un fiume che non conduce mai ad un mare, dove il mare è la vera libertà. E’ un fiume che non sfocia e si ricongiunge sempre con se stesso, con la stessa acqua, gli stessi detriti.
Il fatto è che sono il solito pesce boccalone. Se mi danno l’amo io abbocco… ed amo ferendomi alla bocca e alla lingua, fin giù nel collo, fino a toccare i polmoni e il cuore.
Adescato, riportato in terra, in quella terra che non ci appartiene, come lasciare il nostro proprio paradiso interiore per una traversata attraverso quei campi e quei cieli che furono di Adamo.
Adesso rimetti apposto i pezzettini.

Che strano sentire dei passi che salgono sulle scale senza poter vedere altro. Infatti adesso mi si mostrano davanti solo due passi, senza il proprietario, si avvicinano, si avvicinano rapidi e sempre più minacciosi. Mi sento afferrare per il collo, sento qualcosa di viscido che stringe e stringe. Tossisco, cerco di dimenarmi, non riesco a muovermi, sono completamente bloccato. Non respiro, avverto del fumo ai polmoni, solo del fumo che mi innaffia i polmoni.

Apro gli occhi col sudore che mi cola sulla fronte, il letto fradicio. Mi guardo intorno con il respiro affannoso. Il buio e una leggera luce blu sul soffitto.
Sono ancora vivo. L’incubo non mi ha preso.

Oggi non provo più nulla. Le emozioni sono scivolate via come una lama di rasoio lungo una discesa bagnata dalla pioggia. I suoi occhi, le sue labbra, la sua pelle sembra dimenticata da quell’ultima notte nel suo letto. Non mi resta nulla, mi resto a malapena da solo. Io resto e sto.
A volte sto con i ricordi troppo sbiaditi dal tempo per sentire nuovamente qualcosa. Un ragnatela di rugiada ha come ricoperto il cuore.
Ho paura di mostrarmi. Ho paura di  dimostrarmi.
Di mostrificarmi senza più un’anima  vicina che faccia compagnia alla mia. Indiavolarmi forse è la parola giusta.
Come dire che la vita è un po’ un inferno, a volte purgatorio. Ma non a caso si dice che c’è chi brucia la sua vita.
In attimi  e periodi diversi ci bruciacchiamo un po’, chi più chi meno. Chi almeno. Almeno c’è sempre una stella che brilla negli occhi di qualcuno.

Adesso siedo. Siedo rilassato aspettando il pasto. Devo riempire un leggero vuoto che è si aperto dentro me. Un buco. Un buco che mi scava dentro, direi un bruco. Un bruco che mi farà sentire le farfalle nello stomaco. Divorato è la parola che più si avvicina al concetto.

Divorati ad un eterno stato di abbandono e  ansia. Ma è solo per poco. Sappiamo benissimo che sono le onde che ci sobbalzano in alto e poi in basso, sappiamo tutti che io sono come il mare, a volte scendo nella profondità più abissale, a volte risalgo fino a camminarvici sopra.

Dei passi sulle scale che salgono.