L’apparenza conta


L’apparenza conta e se scompari sconta

la sconfitta all’ultimo piano in soffitta

con questa nebbia così alta e fitta

che colpisce al cuore una spada trafitta

alle ghiandole surreali e a quelle illusorie

un trapianto tra una lacrima e un’altra

una sostituzione di sogni e cassetti

traslochiamo l’intera mobilia invecchiata

come le tue rughe e le finestre dei tuoi occhi

scomparsi dietro i capelli che scorrono

sul tuo viso come una cascata impenetrabile.

Tra nebbia e nibbi reali in altri cieli sereni

tu scompari ed io appaio altrove

tu sei diventata dispari e di spari sparisci

io pari, col dado tratto che segna cuore,

ora siamo minuti, ogni secondo eterne ore.

 

 

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Ho il gioco in mano


Io ho il fuoco sul palmo della mano sinistra,

la spada impugnata nella mano addestrata a destra,

nel complesso ti ho in pugno, sei un dado che ha perso la faccia.

Ti butto sul tavolo ed esce lo zero, è il numero che vali.

Non vali niente.

Sei l’apparenza degli occhi che scompare appena mi volto

e svolto la vita.

Perché di bar e caffè ce ne sono a milioni sul pianeta,

tu non eri capace neanche di essere dolce come la panna.

Amara. Salata. Come una lacrima sul collo di una lumaca.

In un giorno di rugiada antica.

Antipatica ma quale mai empatica.

Ti autodefinisci allora non sei nulla.

Ho il fuoco in bocca tra le labbra e la spada tra le mani,

Io sono colui che gioca, tu hai solo e sempre perso

perché non sarai mai capace di cambiare verso.

Devo scriverlo sulla lavagna di Bart Simpson


Ho trovato e mi sono ricordato che l’amore, diciamolo tra molte virgolette, è pura illusione.

A volte me ne dimentico eppure anch’io conosco l’ORRORE di aver scoperto l’ignoto.

Non è l’amore che conta ma vivere la vita “con amore”.

E altresì qualunque persona tu abbia a fianco in quel momento, per puro egoismo, divertimento, compassione, dolore o qualunque altra cosa.

La verità che spesso mi dimentico è che “l’amore”, in senso molto italiano, non esiste ed è bellissimo così.

Perché è falso, ingannevole, ti porta al romanticismo, il romanticismo è pericolosissimo perché ti porta anche fino al suicidio. Vedi i grandi romanzi.

Mi stavo dimenticando che l’affetto non è forse quello che ci manca ma quello che dobbiamo soprattutto dare noi a noi stessi e quindi di conseguenza agli altri.

Uno scambio di “valori”.

Mi stavo dimenticando che una donna o un uomo dopo che ci si è lasciati ti può scordare in cinque minuti netti andando a letto con qualcun altro pur continuando a pensarti per tutto il resto della vita e che mentre era con te l’affetto te ne dava a volontà.

Mi stavo dimenticando che sono un Uomo e le cose si vanno a prendere o… lasciare.

Che si resta soli e che ci si può accoppiare. Che nella vita comunque si soffre… e le persone, molte persone che incontriamo è destino che ci abbandonino.

Ma chi può dirlo fino a che punto ci abbandonano dentro il loro pensiero nel corso della vita. Ma non è certo di questo che ci si deve preoccupare.

Le cose si prendono, si cullano, si lasciano, si passa ad altro.


Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchie dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche dell’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.

E’ estremamente necessario


Finire.

Ti manca una persona, pensi di aver sbagliato tu, con il silenzio in gola, un bavaglio, ma capisci che è stato solo un abbaglio.
Un grido al cielo e quel fantasma finisce di scomparire, fade away.

Non hai saputo cogliere l’essenziale, l’elemento fondamentale, perché quando due persone si conoscono tutte le sovrastrutture sociali sono il vento inutile che ti mette un lucchetto al centro della fronte da dove diparte l’energia della persona libera.

Tu hai scelto il buco. Di rimanere nel tunnel della prigionia.
Sei restata prigioniera in un mondo che ti soffoca. Stai affogando e inutilmente annaspando cercando aria altrove che non troverai mai.


Negandoti adesso io sono libero, tu in manette appesa ad un filo. Non potrai mai bastarti, è soltanto un’illusione quella di potersi bastare.


Inoltrarsi verso i Bastioni di Orione, lì ci sono stelle che splendono molto di più.

Recensione del romanzo Follia di Patrick McGrath


Questo è uno dei thriller psicologici più profondi e macabri degli ultimi anni e che ha anche riscosso un successo internazionale che ha dato vita anche ad un’opera cinematografica ma che purtroppo non ha avuto affatto la stessa intensità e profondità del romanzo.
In questo libro entriamo nel limbo e negli inferi della mente di due personaggi principali che vengono raccontati attraverso la freddissima analisi dello psichiatra che ne racconta gli avvenimenti dall’inizio fino al macabro finale dove troviamo nelle sue ultime righe forse la vera follia di tutto il libro.
Scritto magistralmente dallo scrittore inglese Patrick McGrath questo libro ci porta essenzialmente alla scoperta e alla descrizione dello sviluppo di un amore ossessivo e auto-distruttivo da parte di Stella, la protagonista, che pur di sfuggire dall’avversione che ha verso il marito (un odio molto celato ma presente) si innamora di un artista uxoricida molto violento ma carico di fascino che incontra in un manicomio criminale: Edgar Stark. Con quest’uomo Stella avrà una relazione amorosa basata essenzialmente sugli istinti primari della carne, fatta essenzialmente di sesso con dei retroscena ai limiti della morbosità che saranno magistralmente analizzati dallo psichiatra che ha in cura Stella.
Ma a chi appartiene la vera follia in tutto questo romanzo? Vedremo la protagonista completamente persa ed avvolta nel suo mondo interiore alla ricerca disperata di un amore fondamentalmente illusorio e inesistente se non dentro di lei che la porterà a compiere un atto oltremodo peggiore di quello del semplice tradimento. Ma alla fine Stella tradirà anche l’amore per la personalità e l’ego abnorme di Edgar Stark e successivamente ancora vedremo come prima di ogni altra persona presente nel libro tradirà essenzialmente se stessa attraverso un atto tragico.
Giungeremo così attraverso labirinti di macabre ossessioni ad un epilogo finale in cui non ci potrà essere nessun punto di ritorno per ogni protagonista incontrato lungo la lettura del libro e soprattutto per lei che vedremo tornare nel luogo da dove forse era venuta e da dove forse aveva preso il nome e cioè nel buio più profondo e oscuro della notte.
Ma tutto il romanzo ci lascia un interrogativo fondamentale: tutta questa “follia” è davvero all’interno della mente di Stella e di Edgar, oppure è altrove e cioè nella mente di chi gestisce tutte le marionette del circo? Lo psichiatra che narra la storia è davvero un medico sano, responsabile e completamente adattato al mondo oppure anche lui nasconde qualcosa? Cosa si cela in quelle sue ultime righe macabre e oscure che chiudono il libro?
Finito di leggerlo non potrete non porvi domande e restare affascinati dai labirinti che la mente di ogni uomo e donna può nascondere e celare al mondo della luce.

di Andrea G. Trofino